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	<title>colfavoredellenebbie</title>
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	<description>I racconti non finiti, le schegge di parole, le arie che si fischiano, le conte e gli scongiuri, che non hanno padri né nomi, sono pesci di nebbia dolce: nuotano e svaniscono.</description>
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		<title>Gli occhi degli alberi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 12:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Il vecchio si svegliò perché le tortore parevano impazzite e sfogliavano la coda. Spettinate baruffe di conquista sul filo della luce, &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/02/21/gli-occhi-degli-alberi/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=1528&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vecchio si svegliò perché le tortore parevano impazzite e sfogliavano la coda.<br />
Spettinate baruffe di conquista sul filo della luce, a mezzo del cortile di ortensie e di peonie.</p>
<p>Si ritrovò sul fianco, il braccio intorpidito.<br />
Dormiva così, quasi ancorato al bordo, dove il materasso  conosce l’orgoglio di una increspatura: argine lieve, prima del vuoto.<br />
Si girò, ad occhi ancora chiusi.<br />
Il letto taceva, anche a scorrerlo col palmo della mano: nessun respiro, lì vicino. Neppure il calore che a distanza sa dare un corpo addormentato.<br />
Allora ricordò.<br />
E non gli venne voglia di scendere dal letto: cosa c’era mai da preparare.<br />
Tornò a sinistra, per sentire il cuore: gli piaceva accoglierne l’avvento fra le pause delle sospensioni, ché il battito apriva i  suoi pensieri come un picchio.</p>
<p>Quella mattina arrivavano a frotte, le figure.</p>
<p>Il corridoio d’erba, a spalla della vigna, dove, ragazzo, torceva i fili di canapa alla ruota.<br />
Avevano potato: la vide raccogliere secchezze, piccoli tralci un po’ nervosi, con la grazia di chi non sa arraffare, ma sceglie i fustelli giusti da camino, con scrupolo e ordinata gentilezza.<br />
La vide che legava le fascine, le gambe piegate con pudore.<br />
Si era innamorato di quei modi, e glielo disse, baciandola dietro la fornace.<br />
Ancora ne sentiva il tepore contro il petto. E la forza muta dei fianchi.<br />
Ridevano piano, per quelle molle povere di olio, nel letto bianco della prima notte.</p>
<p>Quella mattina arrivavano a frotte, le figure.</p>
<p>Sapevano la strada: rotolavano fra neve e muri di pannocchie, seguivano la coda di fossi e di canali o stringhe di polvere battuta. Erano calde di legna sopra il fuoco, acute come il verso di civetta che ghiaccia l’aria e poi la sfregia, e dolci come il latte nella tazza dei bambini.</p>
<p>Arrivavano quasi ci fosse un buco dentro il cuore. O uno squarcio che non tiene e si sfilaccia. Forse una ferita.</p>
<p>Il vecchio capì allora gli occhi dei pioppi.</p>
<p>Macchie scure, incise fra palpebre di tronco: l’orma che resta di un ramo che si spezza e cade e muore, nello schianto della legna vecchia.<br />
Partenza cerchiata col carbone, quasi fosse un giorno sopra il calendario.<br />
Distacco impresso sulla pelle, cicatrice di zuffe col vento e con la pioggia, vuoto tatuato, che non si cancella.<br />
Ma anche sforzo di tutta la corteccia, di fili e succhi  chiamati a rammendare, a grinzarsi  attorno a un nero cavo, per risarcire la vita che si è rotta, la perdita di un gesto e di un abbraccio, con un occhio che si apre sul fusto e sa guardare, anche nella nebbia.</p>
<p><em>Chissà cosa vedranno i pioppi dentro il buio</em>, il vecchio adesso si chiedeva, <em>che lavoro di ombre e di radici, che formicolio di luci in lontananza…</em></p>
<p>Poi scosse la testa. E lasciò che i giorni tornassero all’indietro, per quel varco aperto dal dolore.<br />
Il corpo accoccolato, tutt’attorno.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1528/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=1528&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Qui come altrove 23.</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 18:11:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[qui come altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[Qui come altrove c’è il cacciatore d’echi. Usa la rete del silenzio (che ha maglie fitte fitte) e la srotola, &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/02/14/qui-come-altrove-23/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=1525&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qui come altrove c’è il cacciatore d’echi.<br />
Usa la rete del silenzio (che ha maglie fitte fitte) e la srotola, a trappola, ai bordi di percorsi e di radure, fra vigne e cavedagne, fissandola a colonne di salici e di pioppi. Nel suo passare durante la giornata, lungo il macero ghiacciato e il margine della ferrovia.<br />
Negli spazi bianchi, basta una voce di corte o di cortile lanciata verso il cielo a smuovere gracide cornacchie e picchi laboriosi: anche la ghiandaia scuote il suo lamento, che s’assottiglia in coda.<br />
L’aria fredda si fende in bruscoli o trucioli  di versi.<br />
L’uomo toglie la rete verso sera, tenendo stretti i lembi.<br />
A porta chiusa, la riaprirà per fare la casa meno sola, i suoni appollaiati sulle travi, come presenze amiche col vizio di ciarlare.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1525/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=1525&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Qui come altrove 22.</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 22:05:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[qui come altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[Qui come altrove, c’è l&#8217;uomo giovane che da tempo dice ‘così non si può più’. Un giorno si mette la &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/02/04/qui-come-altrove-22/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=1521&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qui come altrove, c’è l&#8217;uomo giovane che da tempo dice ‘così non si può più’.<br />
Un giorno si mette la camicia bianca, arrotolando le maniche con cura, sulle braccia scurite per il sole. (Casse su casse di cipolle, dalla campagna dentro il magazzino).<br />
Apre l’armadio ed anche quel cassetto che tiene chiuso con la chiave, perché, lì dentro, c’è tutta la sua vita, tenuta ben piegata: potendo, la stirerebbe ogni mattina per il piacere di saperla sua, e poi l’appenderebbe fra spighe di lavanda.<br />
Infila la sottana, quella corta, che ha comperato sul giornale, e le scarpe con il tacco alto. (Le  guarda sempre, la sera, prima di dormire, quando la casa non può più dire niente e lo specchio gli restituisce, dolce, la curva del suo piede)<br />
La luce, fuori, è uno schiaffo o un pugno, mentre avanza fra i banchi del mercato, con gli occhi di Argo appiccicati addosso, le risate che sporcano la strada, e quel ‘matto’, scagliato come fango contro la sua verità.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/1521/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=1521&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Qui come altrove 21.</title>
		<link>http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/01/22/qui-come-altrove-21/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 22:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[qui come altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[Qui come altrove, c’è la vecchia che rammenda i buchi, quando il tempo consuma le presenze. Ha imparato dal baco &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/01/22/qui-come-altrove-21/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=893&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qui come altrove, c’è la vecchia che rammenda i buchi, quando il tempo consuma le presenze.<br />
Ha imparato dal baco l’arte della seta: se le mancanze fanno la vita troppo lisa, gira tre volte su stessa. Gli anni si toccano e tintinnano, sfumano i confini nel ballo delle età. Il pieno va a colmare il vuoto, mentre il tempo ruota  su stesso, come lo zucchero che fila nella conca.<br />
La vecchia s’imbozzola dentro la memoria, con la sua bava di giorni e di ricordi.<br />
Dono è quel filo d’ago che ricama i silenzi dell’attesa, le mani tiepide, ancora un po’ indecise, i baci  dietro l’uscio. E poi li punta, quasi un chiacchierino, sul letto, proprio sul cuscino a fianco. Così bianco e fermo, dopo  il suo abbandono.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/colfavoredellenebbie.wordpress.com/893/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=893&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Qui come altrove 20.</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 10:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[qui come altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[Qui come altrove, c’è l’uomo che fa lo scalcatore. Lo chiamano in case raggrinzite di freddo e di livore, perché &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/01/15/qui-come-altrove-20/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=888&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qui come altrove, c’è l’uomo che fa lo scalcatore.<br />
Lo chiamano in case raggrinzite di freddo e di livore, perché scalchi i rimorsi.<br />
(I rimorsi son ossi di coscienza, piantati a fittone nei ricordi, come certe conchiglie nell’argilla: vanno tolti, per rendere più tenera la vita)<br />
L’uomo stende le coscienze sul tagliere, le apre con lame delicate, seguendo i nervi delle storie. E’ lì che incontra promesse disattese, vendette, fughe e tradimenti.<br />
Per rimuoverli l’uomo dice solo due parole: “anch’io”.<br />
Al suono, i rimorsi si sciolgono nel grembo di una vasta, materna umanità.</p>
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		<title>La Zena</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 14:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[pareti]]></category>

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		<description><![CDATA[La Zena era come certe viottole di campagna. Cominciano aperte e chiare con le siepi basse ai lati, l’erba cavallina &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/01/01/la-zena/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=835&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Zena era come certe viottole di campagna.<br />
Cominciano aperte e chiare con le siepi basse ai lati, l’erba cavallina e la salcerella fiorita, poi non sai cosa succeda. La strada si stringe, piega storta e l’orizzonte non c’è più. Sparito, per colpa dei cespugli, alti all’improvviso, e fitti. Se ne indovinano i nidi, di scricciolo o di cincia, per certi chioccolii segreti: e allora viene voglia di far piano ché qualcuno potrebbe volar via, fra le ramaglie.<br />
Ecco, i pensieri della Zena facevano presto a volare via, ad andare per aria: era difficile seguirli.<br />
Si parlava di questo e di quello e poi, poi nessuno capiva più e c’era quasi paura di disturbarli, i suoi pensieri. La Zena un poco metteva soggezione, per quel suo infilare, nelle chiacchiere, dei ‘ma’ e dei ‘se’ che sembravano sbreghi di garza, dei ‘perché’ che pungevano come ferri da calza.</p>
<p>“La fa la ponta a tut”, dicevano in famiglia, ma la Rosina suamamma volentieri se la sarebbe tenuta in casa quella figlia testarda che non chiedeva scusa, ‘na figlia che si era gettata in Po dietro i gattini nel fagotto, col freddo che c’era, e aveva detto “provateci ancora che mi lascio andare giù”, ‘na figlia che ti prendeva il cuore con un gesto, poi ti gelava e ti fermava la lingua solo con la mano sopra il braccio. ‘Dolsa e brusca’. E che sempre voleva sapere e andare nella scuola vera, non in quella di paese, dove la maestra scappava ad accendere il fuoco sotto la pentola. Disposta ad andare con la battellina, da sola…<br />
Bella era bella, del metallo che rivolta la terra, pallido coi lampi scuri: non è argento e non è cielo, ma se c’è lo scherzo di un po’ di luce, allora è vita. Bastava che scucisse un sorriso, la Zena. E lo faceva mentre chiedeva a suo padre come nascevano i cavalli e come si faceva il vino, come si arrivava al caglio e come girava il sangue.</p>
<p>La volevano in tanti, ma lei neanche li vedeva: rispondeva male ed era sempre un no, perché se lo sentiva che la vita non era tutta lì. Non poteva esser tutta lì. C’era da andare.<br />
Allora s’innamorava delle strade e le seguiva coi nomi che sapeva: dopo Carbonara c’era Borgofranco e ancora Ostiglia e Ostiglia già era qualcosa…e dall’altra parte, dall’altra parte dopo il Cavo, c’era la Bonifica e poi Sermide e Bondeno e anche Ferrara, che era mare e aveva un rosso nelle pietre da imparare…</p>
<p>Spariti i sogni della scuola, le restava da aiutare in casa, ai Due Mori.<br />
Aspettava il tardi, che la gente andasse via per sparecchiare al tavolo del farmacista, triste e forestiero, storto come una vite, che restava nelle voci finchè poteva e scriveva e scriveva e buttava a terra stracci di scarabocchi.<br />
Con la scopa la Zena li spazzava via: non li bruciava nella stufa, li apriva e li stendeva bene con le mani: ci leggeva di argini e di pioppi, di un camminare la mattina presto con la fatica di un corpo che non tiene, di uno stare da soli nella gente.</p>
<p>Lo aspettò una mattina di gennaio, dove la strada trova l’argine e va su. E glielo disse. Glielo disse che sapeva i suoi pensieri.<br />
Si sposarono d’amore, in un maggio che era tante cose: il vestito bianco, le rose puntate alla cintura, e solo l’aria fina in testa, il calesse pronto per partire.<br />
Così la Zena arrivò a Ferrara coi suoi ‘ma’, i suoi ‘se’ e i suoi ‘perché’, che sciolse e raddoppiò, col tempo, nei libri della casa grande, nei quaderni dei figli che crescevano, nelle parole di chi veniva per ascoltare i pensieri suoi.<br />
Quel che sentiva, adesso, era che la vita davvero stava tutta lì, nelle stanze senza umidità, nel parlare la sera, carezzando la tovaglia bella e le posate a specchio, nel conoscere il nome delle cose.<br />
E c’era la paura di perderne uno spicchio, di quest’arancia dolce,  perché il dolore sta dentro il poco e il tanto e vien fuori quando pare a lui.<br />
Non fu il poeta a portarle via la figlia, lustra come la stella diana. Se la sposò un sardo piccolo e potente. Per far partorire una montagna, portò con sè la moglie incinta là, lontano, e la Zena, con la mano fredda nel saluto, sentì un ‘perché’ infilzarle lo stomaco fino a farlo sanguinare: capì che era il dolore, lì, pronto ad uscire.</p>
<p>Non si salvò nessuno: l’aereo si ficcò nel mare e sputò una cassettina d’ori che la Zena, piccola e rannicchiata, riconobbe e tenne lì, incerta se vivere o morire. I capelli bianchi all’improvviso, come le parole.</p>
<p>Poi, poi con l’indolenza pigra dei mattini, la vita si prese il tempo che voleva: pretese anni e anni di cura per chi restava, per i narcisi gialli, per la casa, per la sposina giovane, la nuora della Dina, che piangeva e piangeva per il suo grembo vuoto.<br />
Come il vuoto sa chiamare il pieno o trovare la carezza d’un vuoto uguale…<br />
Fu tutto un fare, un tremare, un correre per questa Rosa giovane, un trascinarla città su città, dottore su dottore, su incerti scarpini con le rondini e una veletta grigia.<br />
A buon fine: tutta l’attesa in una curva rosa.<br />
Nella stanza che dava sulla piazza: tenuta lontana persino la corriera.</p>
<p>Giusto per un saluto, uno sfiorarsi di esistenze, che resta nel nome.</p>
<p>Ancora maggio, ancora rose.</p>
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		<title>La Dina</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 21:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Aveva un chè, la Dina, un chè forse di tenero e severo: gli occhi attenti, l’espressione buona, ma come dietro &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2011/12/28/la-dina/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=819&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aveva un chè, la Dina, un chè forse di tenero e severo: gli occhi attenti, l’espressione buona, ma come dietro un vetro di rispetto.<br />
Non dava confidenza.<br />
Per dire: niente mani, all’osteria, ad accompagnarla neanche per un gioco, niente scherzi.<br />
Era lei, la più giovane di casa, che andava a comperare, dove c’era bisogno d’occhi aperti.<br />
E non provassero a ingannarla con certe galline, grasse e gialle, buone solo a far del brodo e poi e poi… “’Na gallina, ho detto, mica ’n asino, ustion…”, ribatteva al contadino, e il suo ustion disegnava nell’aria un’ostia gigantesca, bianca e sottile: il sacro invocato a ombrello, che per tutta la vita fu  il segno universale di ogni suo risentimento.<br />
Non perché alla Dina mancassero parole. Anzi. Solo parlava alla sua maniera.<br />
Si innamorava di alcune, le portava in giro e le addomesticava.<br />
Le piacevano quelle da spiegare ad un “degno uditorio”: nella stalla, prima, e a certi tavoli dell’osteria, dopo. Solo a certi, però.<br />
Erano le parole che leggeva nei Miserabili, la sera, quando le gambe le facevano così male, e lei, a letto, sotto il tetto, con l’armadio schiacciato dalla trave, tutte le ripeteva a voce alta. Con gli accenti ci prendeva poco, perché non è facile far suonare nella stanza le parole di un libro. Si ha quasi soggezione.<br />
E le spiaceva che la Noemi se ne fosse andata; di nascosto le scriveva, là in Costarica, e le diceva, sì,  dell’Alda e della Zena e di suamamma e della Nella bella e degli uomini di casa, ma anche di <em>jeanvalejan</em> e di quel che succedeva. A dire il vero, pure cambiava, perché, li avesse scritti lei, i Miserabili o la vita, non avrebbe fatto morir di freddo la Fantina.<br />
Nel mondo nella Dina nessuno aveva da sparire e anche il tirare il collo alle anatre mute era cosa lasciata a Guido suo fratello, pure i conigli  con le faraone. Poi, una volta sulla tavola, tutte scorticate e pelate e passate sotto l’acqua, le carni erano come le parole: da far rivivere per una gioia di sapore e allora andava bene.<br />
Ché  la Dina inventava storie e piatti alla stessa maniera. Stavano nascoste, le storie, nella pancia delle parole, come nella pancia delle galline stanno gli ovini senza guscio, che, a farli cuocere nel brodo, sono una delizia di caldo e  di sale… Il regalo del brodo, come certi ripieni fatti di nulla e pangrattato, con l’anima di prezzemolo dell’orto. La meraviglia del poco.<br />
La Dina spignattava e pensava alle storie che avrebbe raccontato nella sera, di bambini scambiati nella culla, di lattanti con il pelo matto in faccia, di maggiòrdomi fedeli o traditori e intanto, intanto diventava, lei, regina, regina di pentole e padelle fra sfrigoli  e fritture, regina di trippe sbiancate e poi arrosate, di stracotti lardellati con chiodi di garofano (quieti a  sobbollire nel barolo) e di polente scivolate lievi a sposare il burro e il parmigiano, pronte a rivoltare il gusto campagnolo nel tondo di una punta di tartufo…</p>
<p>E quella sera, fiera di un racconto che era un tripudio di maccheroni col selvatico (voluttuoso di rigaglie e salsa ripassata),  aspettava in fondo alla cucina il lieto fino: il piatto vuoto.</p>
<p>Tornarono indietro nove maccheroni.</p>
<p>La Dina scese dal trono. Lenta e decisa.<br />
Andò dritta al tavolo della rivolta.<br />
“Perché?”-disse imperiosa.<br />
“Formaggio. Colpa del formaggio- rise l’altro sotto i baffi, anarchico nell’anima e nel fiocco &#8211; S’attacca al piatto. E questo non va bene.”<br />
Il casaro le parlò, con poesia nuova, del latte che diventa grana e dorme nella crosta nera, perché il buio non ha altri colori. La Dina, rossa come un pito, ascoltò la storia dei paioli di rame. Vide le forme ballerine e i riti dell’assaggio.</p>
<p>Le portò il formaggio buono, l’uomo dagli occhi chiari. Un giorno. Come un anello, come una promessa.<br />
Era la sagra del paese. Andò nella cucina e disse: “Si balla, nel cortile”.<br />
La Dina la regina, la Dina la severa disse di sì com’era, col grembiule a quadretti e le ciabatte.<br />
Fu un valzer lungo e malandrino, braccia morbide e un bacio a tradimento, dietro la pesa.<br />
Durò più d’una vita.</p>
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		<title>La Nella</title>
		<link>http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2011/12/21/la-nella-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 13:09:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[La Nella si ritrovò con mezzo letto vuoto, nella stanza delle mele. Così le restò la voglia di parlare e &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2011/12/21/la-nella-2/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=810&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Nella si ritrovò con mezzo letto vuoto, nella stanza delle mele.<br />
Così le restò la voglia di parlare e un modo lamentoso nella voce. Con le vocali lunghe e un poco strascicate.<br />
La Rosina suamamma, all’osteria, non la voleva: c’era d’accendere cent’occhi e poi e poi…. Perché era troppo bella. Di quelle pelli fini e occhi chiari.<br />
Meglio in cucina, ad asciugare bicchieri, a lustrare piatti fino a farli cantare.<br />
Col collo lungo, tutto bello nudo, perché un ricciolo potesse figurare, la Nella raccoglieva la polvere del riso, sul fondo dei sacchetti, e la sfregava sulla pelle bianca. “Son mica contadina”, diceva.<br />
E si specchiava nei coperchi: intanto sospirava. Fu un attimo chiamarla Piangerò.</p>
<p>“Ah, Piangerò, ridere bisogna…- diceva la Rosina &#8211; Coi sospiri non si arriva in cielo e non si trova neanche un buon marito”.<br />
C’è che l’innamorato già l’aveva, la Nella, ed anche di lontano.<br />
Due volte l’anno portava l’olio, sul carro coi cavalli. Restava dozzinante lì, nell’esercizio.<br />
Aveva l’occhio vivo e la parlata svelta.<br />
Le fece l’amore nel tabarro, una sera di autunno, dietro l’argine.<br />
“Aspettami”, le disse, “ché ti vengo a prendere, ti sposo e porto via.”<br />
Non era un mentitore.<br />
Tornò  e si promisero, per la primavera.<br />
“Se vedi delle cose, lascia stare.” &#8211; le insegnava suamamma nell’inverno, dentro la cucina- “Devi portar pazienza. Da chi vuoi mai cercar ragione. Sei là da sola…”</p>
<p>Il là era il mare.<br />
Se le veniva nostalgia, la Nella andava nell’ansa del mezzano, con le zucche abbracciate con le piante. Guardava il Po andare lontano. Verso il mare.<br />
“Vengo anch’io”, diceva piano piano.</p>
<p>Arrivò, già sposata, con la veste color tortora, di lino. Bella e raggiante, con le dozzine ben ripiegate dentro il suo baule.<br />
 “Quant’acqua senza neanche un argine” disse guardando il mare.<br />
E col marito, visto sei volte in tutto, entrò nella casa con i gelsomini e i bossi vecchi e le taniche d’olio nel salotto.<br />
Trent’anni.<br />
Di vita non gridata, di figli e anche di dolori.<br />
Ché ‘l Zanin teneva le altre donne. Una davanti a casa.<br />
“Se vedi delle cose, lascia stare. Devi portar pazienza”, si ripeteva senza lacrimare.<br />
Ma un giorno che lo vide traversar la strada e pulirsi i segni del rossetto, ridendo nel gesto di un saluto, non alzò gli occhi quando entrò in casa e non rispose.<br />
“Ma qui siamo un po’ nervosi”, disse l’improvvido.</p>
<p>Trent’anni uscirono di botto, come l’acqua che esplode in un canale.<br />
Parole urlate negli orecchi e nella strada …<br />
&#8220;Figlio d’un cane, romagnolo falso e traditore, impostore e fedifrago, unto e bisunto, sporco di pelle e di cuore, senza dio e senza fede… rovinafamiglie col pelo sul cuore…&#8221;<br />
Sul  Zanin, fatto di pietra come il selciato, rotolò l’ultima, furibonda accusa : <em>“&#8230;</em> e po’, e po’ da trent’an a t’am ruini al bro’, cal bon , ad galina … Ca t’ag zonti an cucieer at  pumdoor e ‘l peear…. Vargognat.”*<br />
Poi la Nella tacque e tornò a rammendare le sue calze.<br />
Silenziosa per altri vent’anni.</p>
<p>* &#8220;e poi, e poi da trent&#8217;anni mi rovini il brodo, quello buono, di gallina. Ci aggiungi un cucchiaio di pomodoro e il pepe. Vergognati&#8221;.</p>
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		<title>L’Alda</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 19:50:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[pareti]]></category>

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		<description><![CDATA[Che poi, lì, era una faccenda d’anima. Come avesse fatto un’anima  incantata a infilarsi proprio in quel corpo senza garbo &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2011/12/13/lalda/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=773&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che poi, lì, era una faccenda d’anima.<br />
Come avesse fatto un’anima  incantata a infilarsi proprio in quel corpo senza garbo se lo chiedeva anche la Rosina. ‘Sta figlia grossa e lenta pareva lavata nello zucchero. Certi centrini di cotone bianco e spesso, induriti in un bagno di sciroppo.<br />
Poi le guardavi gli occhi e sapevi che la grazia sceglie le sue strade. Ci trovavi  un <em>mentre </em>trasognato, un <em>dentro</em> presente e separato, la mansuetudine di certe ciambelle che ringraziano il limone, per averle profumate.<br />
A farle male era quasi un rubare in chiesa: tutto le allargava gli occhi e le restava a girare nella testa, come le giostre di latta dei bambini. “Ma pensa”, ripeteva.<br />
Ché il mite regala lo stupore.<br />
E lo stupore è scendere le scale, guardar la vita in basso, tra i pieni e i vuoti di un centrino, tra le zampe di una cavalletta.</p>
<p>Così la Rosina aveva i suoi pensieri. Con l’Alda che viveva coi conigli e non c’era verso di portarla in piazza, nell’osteria che aveva ereditato. C’era da prendere una pelle dura, da essere svelti anche di parola.<br />
L’Alda no che non voleva, coi cavatori che al bel tempo facevano notte a carte e il vino e le cantate.<br />
L’Alda voleva parlar poco, cifrare le lenzuola, diradare le barbabietole e guardare le galline.<br />
Ché in certi giorni di caldo, con la fatica del mietere nel sole, lei sentiva il giallo dentro e stava bene.</p>
<p>Fortuna grande che venne nella corte un uomo.<br />
La vide trapiantare i suoi mughetti.<br />
I mughetti sono ingannatori. Il bulbo è vischio e ti si sfoglia in mano.<br />
L’Alda, tutta infagottata, con le mani grosse scuoteva la terra così piano e la soffiava via, dalle  radici di latte, con un sorriso buono.<br />
Le disse: “Te sei del paradiso”.</p>
<p>Che ci si innamori di un soffio di pazienza è cosa strana.<br />
Ma tant’è.<br />
L’Angilin, ricco solo di fisarmonica e di braccia, si portò in chiesa l’Alda e la sposò.                                                                                                                Brutto affare la fisarmonica. Qui si sa che chiama il vino. La musica si sganghera, sale per la manica, cerca il collo e la gola.<br />
Suonava e poi beveva, l’Angilin, di una tristezza che spaccava il petto, la testa. Scaldava le mani e le faceva pugni. Senza memoria.<br />
L’Alda era lì.<br />
L’Alda era sempre lì.</p>
<p>La mattina, davanti ai segni rossi sulla faccia, agli occhi gonfi della moglie, “cos’è?”, diceva lui.<br />
“La porta. La porta l’è dura”, sospirava l’Alda.<br />
E piangevano insieme, seduti sul gradino.</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>La Noemi</title>
		<link>http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2011/12/09/la-noemi/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 14:52:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>colfavoredellenebbie</dc:creator>
				<category><![CDATA[pareti]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fatto è che la Noemi nasceva ogni sera, quando la gente della corte si trovava nella stalla. Erano ore &#8230;<p><a href="http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2011/12/09/la-noemi/">Continua a leggere &#187;</a></p><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=colfavoredellenebbie.wordpress.com&amp;blog=29469388&amp;post=764&amp;subd=colfavoredellenebbie&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto è che la Noemi nasceva ogni sera, quando la gente della corte si trovava nella stalla. Erano ore di buio, dopocena, che in letto non mandavano nessuno: la casa era col gelo sventagliato ai vetri e l’osteria lontana. Ah, se era lontana l’osteria, nella nebbia che rugava la gola e si mangiava pure l’insegna di ferro. Una nebbia che neanche i fanali, che neanche le preghiere… Ché poi, se preghiere c’erano, erano quelle delle vecchie, e pure a rovescio: il piacere era tenerseli attorno, gli uomini, la sera. Non fuori. Lì, nella stalla, invece. A guardare le figlie nei filòs, a tenerle in riga. C’era poco da fidarsi con gli sterratori in giro. Cavatori a giornata, al canale, braccia forti e mani svelte, presi a figlio per compassione e messi a dormire nella stalla, dopo, ad usci chiusi…</p>
<p>La Noemi scendeva fiorita nel bustino, con la camicetta delle feste, scura a piegoline, e lo scialle a coprire, ché la Rosina suamamma, se la vedeva prima, la faceva tornare su, a cambiar veste.</p>
<p>La Noemi aveva gli occhi neri e dritti, di certe bellezze spigolose che non si sciolgono in dolcezze di sorrisi, ma si stringono nei vuoti della faccia. Aveva il petto fermo e la vita ben fasciata: di nascosto, s’imbustava  anche di notte per mettere la carne in posa &#8211; diceva &#8211; o per sentire che effetto fa esser stretti al buio, col soffoco, rideva la Nella suasorella, che dormiva con lei nella stanza delle mele campanine  a far tappeto brusco, sotto le finestre.</p>
<p>Entrava nella stalla per ultima e come una regina. Sedeva lì, vicino alla Rosina, nella striscia bassa, di mezzo, fra le poste delle vacche, che voltavano la schiena. A tirare dentro al sanguinello, che dentella le dita, e alla robinia, che cede latte amaro, per le ceste dell’uva e delle pere. E a cercare con gli occhi, fra i  tanti, il Doru, bello come un dio, di sguardo frugatore.</p>
<p>Si lasciava che le mani andassero, che i bambini si nascondessero sotto le sottane, che le storie facessero il giro delle volte.  La Noemi le sapeva tutte, anche le storie di Sonia di Talem; le ripeteva piano, con gli accenti giusti e coi sospiri; il <em>contatore</em> Calanca, sterratore del cavo, guardava lei, se perdeva il filo, ché tanto lo trovava sulla bocca.</p>
<p><em>Così mi scaldo</em>- diceva lei: ch’ era un bel volere star caldi con sei vacche su uno strame fermentato. Il fieno dava d’acido, nella stalla pregna dei vapori delle bestie. Anche di parole. Quelle rosse, con i baci e il tremore della gola, la Noemi le diceva con gli occhi ben piantati in faccia al Doru. Le sentiva dentro, che picchiavano nel petto: allora tirava i salici del cesto, come fossero i capelli della donna, che l’uomo le aveva preferito. Il Doru la guardava, la guardava.</p>
<p>Quando una sera la aspettò, giù dalla scala, nello sbieco di ombra della porta, la prese per un braccio…“ Se vuoi…” Disse di no, la Noemi, e tornò di sopra, senza volere.</p>
<p>Le sorelle si tagliarono i capelli, di martedì, il giorno di mercato, per vendere le trecce. Coi denari la Noemi prese il vapore.  Partì da Genova, senza dir niente a nessuno.</p>
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