(dove un timidissimo “io” si prende un po’ di spazio, per poi tornare nella nebbia)

Stanotte, la civetta.
Stride (o piange) su un tetto. Sveglia paure bambine, di presagi e cieli neri.
Le paure che accompagnano i ricordi assomigliano alle paure bambine. Sono il terrore di perdere qualcosa, quando, invece, non si vorrebbe lasciar andare nulla, neppure le pieghe dei segni.
Torno spesso ai ricordi: tocco porte che si aprono piano, con la promessa di non disturbare e di richiudere per bene.
Non so mai chi troverò dietro la porta e non so chi perderò, portato via dal tempo.
La paura batte, trattiene sulla soglia, perchè rende così deboli, ma così deboli, il ricordo.
Più ricordo, più amo.
Si rinnova, ogni volta, così, il sogno del trattenere.
Illusione di un meraviglioso baratto: cedere tutti i verbi intransitivi, persino il restare e il durare, pur di trattenere.
Trattenere.
La paura è che quel secchio, che sa di poesia, scompaia, appena toccato.
In un attimo, in quell’attimo, la memoria diventa rimpianto. Magro bottino, quello del passato, se è sigillato dal rimpianto.
Il rimpianto sa di pianto. Fa troppo rumore.
Non devono far rumore i ricordi, devono scivolare, fuori dal secchio, fuori dalla porta, umidi pesci assonnati.
Non sopportano i rimbombi.

Che la scrittura, allora, li prenda, ma assottigli la voce, fino al bisbiglio.

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