Volevo scrivere stasera un raccontino sfilato sfilato, ho gli ingredienti qui, a portata di tastiera: un po’ di tempo, la casa quieta con la luce giusta, una storia che mi gira in testa e chiede di uscire, una figurina abbozzata che è lì, a premere fra i ricordi e le vicende di casa mia.
Eppure non ci riesco.
Stasera non riesco a chiudere fuori il mondo.
Stasera ho l’inquietudine della non speranza.
Stasera sento la fatica da mondo reale.
La mia storia resterà dentro ancora un po’.
Ora c’è da sospendere e accogliere il pudore, davanti a immagini-urto nello stomaco, a parole-pietre che rotolano dai televisori e dai giornali, a ricordare che, in uno stillicidio quotidiano, “quella” guerra non è mai finita.
C’è da raccogliere il fiato, tutto quello che c’è, per continuare a dire, forte, la cosa più semplice del mondo: dalla guerra non può nascere niente di buono, dalla guerra non nasce niente di buono.
Mi chiedo che uomini saranno i bambini della guerra di oggi, quelli che hanno mangiato panee paura, non pane e luna,… pane odio, non pane e aquiloni.
Mi dico che la pace, se fosse un uccello, ora sarebbe uno scricciolo infreddolito.

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