La locanda è giusto sotto l’argine vecchio, dove il Po s’è mangiato l’isola e gufa sotto le finestre, fra zucche selvatiche e salici sfatti. C’è, da sempre, la locanda.
Cosa c’entrino i mori col suo nome, s’è perso nel tempo, ma la storia delle bugie, quella no, quella viaggia sospinta da spifferi sotto le porte, quella è incollata ai muri, nelle righe dei tavoli, di legno tenero.
Si dice che, indietro, nel tempo, i viaggiatori piegassero qui per quelle trippe tenere e rosee, appena spente dal parmigiano, o per le tagliatelle mostose di sugo, ma più ancora per le storie contate da lui, quando il vino pesava su occhi e pudore e scioglieva la lingua.
San essere belle le storie bugiarde, che ogni volta aggiungono un tocco, un colore, a sostegno di memorie smagliate.
Sul tardi il vecchio, il padrone della locanda, pungolato da una domanda o solo seguendo una musica, si metteva a contare della caduta del re, di quando in trincea scivolò nella malta e lui lo trattenne e sospinse, con materna manata e grande sorriso.
“A son Guidu”, gli disse e il re rispose “Vitorio”, come uno di casa.
E di Vitorio il vecchio parlava come fossero andati a caccia, sul Carso, oa tinche nei canali d’acqua dolce. E si spiaceva nel pensarlo da solo nel palazzo di Roma, a guerra finita.
Ci andò, col treno, e stette a piazza Venezia, ché doveva farsi al balcone, Vitorio. E quando in piazza, di gente ce ne fu tanta, il terzo giorno, il re si affacciò, vide il fante salvatore lì sotto, si sporse, e gli disse, forte,… “Ciau Guiduuu, cusa fet chiiiiii?”
Questo raccontava Guidu Cusafetchi nelle sere fredde scaldate dal clinto e nelle sere calde, molli d’anguria.
D’estate le storie facevano il giro dell’argine e duravano nell’aria con l’eco delle risate.
D’inverno, nello scuro sbiancato di nebbia, erano fanali di voci.

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