Ci sono luoghi di “antiche paludi”, di terra mobile e crepata, di acqua ferma in bracci morti, di acqua viva sotto il ponte, come un’unghia che graffia.
Ci sono case che resistono e fanno pieno contro l’orizzonte, scarnato in fili di pioppi: in cima una cresta di foglie gialle.
Ci sono cieli duri, di cartone grigio, macchiato di umido.
E ci siamo noi, a misurare distanze sulla banca mezzana dell’argine, più in alto del fiume, più in alto dei campi.

Con Elia Malagò (da Pita Pitela):

“noi di antiche paludi:
le lunghe attese che si alzi la nebbia
a mostrare di nuovo i campi di cipolle
rigati a novembre
con la schiena curva e il passo lento
scegliendo nelle mani di fango e viscida schiuma
le radici pronte a sfidare l’inverno
scavando sotto la terra sentieri
di tepore
nascondigli alla brina
succhiando le torbe fino a una
vena sottile che attraversa
gli argini e si scalda aggrappandosi alle fondamenta
di case (le pareti aggredite da perle luminose che stillano
gocce di sortìa e asciugano poi in una
leggera barba di salnitro bianco)

E la nostra terra è questa ragna
impazzita che pompa argilla di ferro

ricama segreti legami
passaggi senza ordine a violare tutte le direzioni
noi attraversati dall’avventura”

(Dedicato agli amici che rendono piccole le distanze e regalano tangenze preziose, a fare più morbida la vita)

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