Il tempo del campo degli zingari si viveva con trepidazione.
Si chiudevano i pollai con cura, perché gli zingari sono palpagalline.
Ci mettononiente a rubarle e a lasciar lì le penne, come uno sberleffo.

Noi bambine dei viale temevamo per le galline, ma ci piacevano anche gli zingari, pure se tradivano di persona le fantasie che Bolero o Grand Hotel disegnavano per noi. Sui giornali le zingare dei fumetti avevano teste ricciute e grandi seni che le camicie scollate neanche trattenevano e grandi anelle alle orecchie. Le nostre, del campo della stazione-porto, erano piccole e scure, con le caviglie sporche e petti scarni,un bambino appeso. E capelli strapazzati e crespi, lunghi lunghi sulla schiena.

Se ti passavano vicino restava nell’aria un odore fitto di vecchio, di panni mal asciugati e di antichi sudori. Abbassavo il palato e trattenevo il fiato per tenere lontano l’odore, che pure si ingentiliva di spezie.

Ma quando c’erano le nozze gli zingari erano diversi. Carovane mai viste chiudevano il campo alla vista. Bisognava andare vicino per vedere e non fingere sguardi sussiegosi, come se ci si trovasse a passare per caso.

Era bella, la sposa. Le avevano alzato una tenda bianca fra i pioppi e intorno carrozzoni e cavalli con gli zoccoli piumati riposavano.

Fu facile andare.
La prima luna turca della mia vita, alle nove di sera di un maggio di zingari, tanti, qui e lungo le strade, nastri di voci e di occhi scuri.

La paura è solo in cuori di ombre.
E non è paura il grido del sangue, veloce a battere, e neppure le corse del cuore.
Non è paura.
Ci vuole un premio a chi attraversa la strada da sola e, pesante di bugie recitate nella casa grande, spia la sposa degli zingari, da sola e di sera, al bosco della stazione porto, dietro i tubi di ferro.
E prepara il suo tradimento.
Niente amiche quella sera. Basta.
Niente aspettare tenendo d’occhio la strada della chiesa. Basta.
Da sola, senza maschi, perché poi non tengono neanche il brodo e vanno a inventarsi chissà cosa.
Nessuno, per avere un vero segreto da raccontare.
Altroché il rosario…
E allora ci vuole almeno il premio della non-paura, anche se le gambe non lo sanno e fanno prurito di nervoso.
E l’idea d’aver fatto finta di niente a casa e di aver detto “vado a giocare” sta diventando di marmo.

Ma è bella la sposa, ferma e seduta con le collane al collo e un piatto di carne in mano.
Col vestito bianco, bianco come le camicie degli uomini che ballano sotto la tenda.
Si può restare anni a guardare.
E che veli sottili le vesti delle donne che arrivano a terra, soffiate dalle arricciature. Rispondono morbide ai loro gesti di regina. Ma allora esistono anche gli zingari ricchi, di veli e di ori, e questi non portano via i bambini. Ne hanno tanti, e belli. Cosa se ne fanno di altri bambini?
Questi hanno anche la radio senza fili e le fisarmoniche.
Sono grandi le ombre degli zingari sulla tenda, e sembrano ciclopiche idre marine le donne, dalle braccia danzanti.

Il braccio sulla spalla, da dietro, pesò e graffiò, di colpo, come una scossa, una frustata di ortiche.

Non è paura.
È molto peggio.
È come vivere tutta la vita in un secondo.
Non ci sono più feste e zingari ricchi. Solo sacchi e carrozzoni e schiaffi e catene e vestiti sporchi e scarafaggi.
Di più: pipistrelli intrappolati nei capelli lunghi e pasticciati come quelli delle zingare povere.
Lunghissimi capelli.
E già mi vedo piccola fiammiferaia, io: per le strade, a chiedere l’elemosina, a scaldarmi coi fiammiferi, al freddo, e a piangere la sera, mentre la carovana va… ma dove va poi sta carovana…

“A casa, andiamo a casa”
Il nonno mi prese per mano.
E io, e io …io ero contenta di avere i capelli corti.

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