Rimandata in latino, la Diana viveva il suo luglio con cuore ugualmente leggero.

Le sgridate in casa erano temporali di nubi nere, che passavano presto e si lasciavano dietro le lacrime di tutte le donne.
Miamamma e miazia, CartaVetratissima e CartaVetrata, a detta del nonno, rincorrevano per le scale vendicativi schiaffi.

I bambini se la filavano e il nonno sgridava le CartaVetrate, in un giro veloce di battibecchi e di porte sbattute.

Mianonna allora piangeva assieme a chi le aveva prese e si lamentava per quella sua casa di matti.
“Mai sulla testa, che diventano stupidi, le gambe, se proprio proprio.”
Immemore di quando, giovane e furiosa, rancurava i figli sul campo del pallone, con una frasca minacciosa di salice, la nonna non reggeva i pianti dei bambini e ostentava offese espressioni, quasi fosse stata lei a ricevere schiaffi e rimbrotti.
Era allora che la zia e la mamma si. immagonavano, nel loro ruolo di giustiziere incomprese, e, una carezza ombrosa, facevano la pace con bruschi perdoni.

La bocciatura in latino della Diana era stata accolta da qualche strillo e porte sbattute e fughe offese su per le scale e accuse rimpallate.
Poco studiare, troppi ragazzi, pochi libri, troppe feste, sempre vestiti in mente, i morosi, la Colomba… adesso sotto, in camera, coi libri.

In camera la Diana ci stava anche, ma a ballare il calipso davanti allo specchio con i pantaloni alla pescatora e la maglie con le righe piccole piccole e l’elastico che abbracciava le spalle nude e che lei, con mosse da diva, faceva scendere. Un po’.
Il libro, intanto, fermo sempre alla stessa pagina, trafitta da firme svolazzanti e da profili impressi a penna, o, più spesso, sgarbatamente a terra, per far posto alle amiche grandi sul letto fitto di segreti.

“Bisogna chiedere al Leo di dare una mano alla Diana, per ‘sto latino” , disse mianonna a tavola, ” andiamo verso il caldo e, dopo, chi la tiene più? La Fedora lo dice sempre che il Leo il latino lo sa, perché ha fatto il Liceo, lui…”.

L’ingresso del Leo in casa era guardato con sospetto: a porte aperte, le lezioni, nell’ ufficio del nonno, un po’ sala da pranzo e un po’ studio interdetto ai bambini.

Si sussurrava in casa, durante il latino, in una campana di vetro, per cogliere ogni bisbiglio.
A intervalli regolari, la nonna chiedeva in cucina :”Impara? Andate a vedere se impara”.

Ero io ad aprire la porta al Leo, la mattina alle nove, perché la mattina si studia meglio.
Ero io che mi godevo il suo primo saluto e scappavo, mentre a passi di ballo la Diana appariva dalle scale e scendeva come un’attrice.
Insieme sparivano, nell’angolo della scrivania, calcolando la sbiecatura che li avrebbe nascosti.
“Voceeee!!!”, gridava miazia, quando i suoni non facevano più il giro delle pareti e nelle orecchie delle donne di casa non portavano rosae, rosarum ma silenzi di peccato.

Ero io ad andare a vedere, se il silenzio accompagnava la pelatura di troppe patate.
Con malavoglia di fuori e col tumulto di dentro.
Spesso erano intenti a sfogliare il dizionario e bastava il vedermi per leggere ad alta voce tamburi di parole che addensavano u su u .

Forse quella volta fui troppo leggera e non mi annunciai con passi marcati.
Forse ero io a non volere e a inventarmi lance di ireos (a nascondere) e immaginarie siepi.
Il silenzio, quella mattina, non era la cesta di bisbigli del pomeriggio:era dritto, compatto.
Si baciavano il Leo e la Diana.
Ed era senza grazia la mano di lui che stringeva i l braccio e saliva, saliva lungo la spalla e insisteva.
Era senza grazia i l silenzio e sapeva di carne e di sangue quella mano così rapida.

“Scrivono”, dissi in cucina.
E seppi che non sarei più andata,nel pomeriggio, a spiare il Leo che succhiava il sole.

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