Il freddo prendeva alle gambe nude e alle mani.
Anche al naso, se pedalavi forte.
Freddo ortica.

A navigare nella nebbia, ti veniva voglia di casa e del suo odore di caldo…
Solo dopo era bello guardarla, la nebbia, dalle finestre del pianterreno, da rigare col dito, vapore a lavagna. Ma non c’era più nessuno da aspettare, oltre la finestra, né c’era lo sbattere di porte che la Diana (furiosa) regalava come risentita vendetta.
Si era pochi ora, nella casa grande, e c’era da arrendersi all’evidenza che  la giovane era proprio leimia mamma, solo lei.
Io , che prima, di madri, ne avevo altre due,  mi trovavo  adesso ad avere per mamma la meno mamma, quella che ogni tanto piangeva perchè il suo uomo non era mai a casa, per uno strano lavoro che non dava né soldi né quiete.
La consolavo io, con parole sentite chissà dove.
E la punivo anche, con bruschezze improvvise se, di colpo, la sentivo troppo debole, troppo collosa.

Così, con la mamma bambina e il bambino piccolo, la sera si era ben attenti a chiudere la porta di dietro e a dare la voce, se si saliva su per le scale, da soli.
Tutti e tre nel letto grande, nelle sere di pioggia, io un po’ col fastidio perché non si ripassa la giornata e gli amori pensati con la mamma vicina,… l’altra con il magone d’essere lì a metà, … il bambino a chiedere ginocchia per giocare.
E la casa non più amica di voci, ma dura nei suoi scricchiolii, nei suoi rumori di stanze semivuote.

Fu a novembre, il giorno dei traslochi, che la casa cambiò.
Di dentro, non di fuori.
Fu la camera da letto matrimoniale a scendere, in soggiorno e il soggiorno, la metà del soggiorno che non aveva seguito a Ferrara la Diana e suamamma, si trasferì dal falegname, per eterni  restauri.
Nella stanza della tavola quadra, quella dell’accesso deciso, una volta, solo da mianonna, il letto enorme di ciliegio rosso fugò ogni altro mobile e poi si strinse da una parte, magnanimo, per il mio mezzoletto, spinto contro il muro.

Il bambino non stava mai bene e le stanze di sopra sembravano ancora più fredde, vicino all’inverno; con la bava del vento che trovava la strada del balcone e si appiattava fino ad entrare fra il legno della finestra e il vetro.
Scaldare di sopra per pochi …
Miamamma, che era di decisioni svelte, fece tutto da sola, con l’aiuto del falegname (sordo e sottile) e dell’altro, che lavorava nel capannone di fronte a casa.

Così il sopra scese a pezzetti, a cercare tepore.
Migrazioni domestiche.

La stufa della cucina fiatava calda, attraverso la porta, così calda e vicina, come la lingua di un cane da caccia.
Dal letto quasi la potevi vedere, non minacciosa e pettuta come quella a carbone, sul pianerottolo del primo piano, accesa nei tempi d’oro e ora morta e fredda.
Questa era piccola e bianca, coi suoi cerchi concentrici, che aspettavano solo di essere lustrati col sidol  per dare alla casa un odore di argento acido.

Il letto, da basso, ritagliò un’isola tiepida e mite nella casa fredda: due stanze zeppe, così zeppe che non c’era posto per la paura: zattera e soffitta, insieme.
Si poteva far merenda seduti sul letto, senza regole e orari, e, la sera, ridere delle briciole che si erano nascoste nelle lenzuola e si attaccavano alla pelle.
E, ancora, sul letto piaceva leggere i temi alla mamma giovane, innamorata delle parole belle, e commossa ai passaggi giusti, quelli che, forse, scrivevo apposta per lei.

Si saliva al piano di sopra per andare in bagno e correndo; in bagno non c’era il caldo gonfio della legna che brucia, ma un caldo a comando di una stufetta elettrica, con due torciglioni incandescenti, che, se lasciavi accesi per troppo tempo, facevano saltare le valvole e denunciavano chi aveva violato la regola del risparmio.

La casa si era ristretta, come un camicino mal lavato, aveva confuso le sue carte e i suoi piani, ma era più difficile ora vedere i buchi delle assenze, incontrare il silenzio della mancanza : c’era da guardare la cappa della stufa, fiorita di una balza arricciata, a quadretti bianchi e rossi.

Mai vista, in casa, prima.

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