(ancora divagazioni dal presente)

Forse è un po’ contro stagione mettersi a parlare di dolore, quando si ha voglia di uscire dal grigio come da una pelle di biscia…

Eppure è così: galeotti alcuni commenti, che hanno portato in superficie, con la leggerezza della schiuma, questa parola.

E io me la son trovata, lì, davanti agli occhi e ai pensieri.

L’ho riconosciuta come mia, perché c’è sempre un nido di dolore, intalpato nella vita: l’eco di una malinconia, la risonanza di una voce perduta, il presentimento di una privazione (la mente prefigura, se non ricorda)…

Se posso non fuggo, davanti al dolore: lo liscio finchè non perde le spine, finche non scioglie la sua ruvidezza. Facile, allora, modellare sulle sue forme i giorni, strato dopo strato, finche l’ultimo, il più presente alla vita, non ne ha più la memoria ma solo l’ondulazione morbida.

Senza tristezza: solo uno sguardo più liquido.
Un’ increspatura

Io il dolore

il mio intendo che
naviga sottocosta e quasi lo coltivo
il mio dolore lo lascio rollare discreto
forse anche un poco affezionato

un segreto non ostile
me lo porto appresso

o seguo io
docile ai ristagni e
alle riprese.

Sosto in un’ansa
lambendo sambuco e rubilia

talvolta mi assopisco
in un torpore paziente
“vieni con noi”
“no, che non vengo” e brusca difendo
il grumo del tempo

Anche bombardo
il silenzio
e il silenzio prosegue più lento
circumnaviga destro
accennando un brusìo
lontano e fedele:

che a tacere
resta fuori l’onda che annega
e le parole dei poveri
piano si allontanano

(Elia Malagò)

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