(giusto per chiudere i Traslochi, parte terza)

In effetti quello fu l’anno dei passamontagna gialli.
L’inverno di mio padre lontano. In Sicilia.
Io grande a metà.
Mia madre grande a metà, più un pezzettino.
Mio fratello piccolo e basta.

Risucchiata dall’alto, la parte dormitorio di casa si era ripianata nelle stanze di sopra, così come doveva essere, mentre la tavola grande e i divani erano tornati a fare il soggiorno. Il falegname sembrava averli lustrati col fiato, sfregando la manica del grembiule.

Sopra, però, restava il freddo delle case in cui non si abita da un po’, con l’odore dell’umido, che va via solo a primavera, insieme alla naftalina sbriciolata.
Molto freddo.
Per questo, la sera, la Rosa miamamma fingeva il gioco delle partenze.
Si doveva comunque andare a letto e la rampa di scale diventava lo spartiacque fra la casa da giorno, tiepida e lucida ora, sempre con la stufa a lingua di cane, e la casa da notte, gelida di spifferi, calda solo sotto le coperte, dove la padellina con le braci, dentro a una nicchia di legno, scottava le lenzuola e le cuoceva di un odore di pane.
Mica si poteva rischiare la traversata delle scale al freddo.
No no.
E poi il bambino aveva una cera da schifo, pallido e con la tosse.

Allora miamamma metteva al bambino un passamontagna di lana gialla e, per vincere le sue resistenze, lo metteva pure lei.
Io no: meglio la morte. Meglio assiderata coi ghiaccioli. Meglio la brina sui capelli. Il passamontagna mai.
Però mi divertivo, sadica, a vedere la coppia in partenza per i piani alti: brutti tutti e due, con quelle testine da uovo sodo…. Alla fine si rideva insieme, perché non si può stare seri se si calza un passamontagna giallo per andare a letto, e si finiva per cantare “La mooontanaaaaraaaaa ueeeeeeeeeee….” salendo le scale con gran rumore, tre bambini nella casa grande.

L’inverno mollò un attimo.
Fu allora che la fase creativa della Rosa miamamma conobbe una sola parola: cretonne.
Inquietante stoffetta fiorita.
Con la furia delle sue decisioni rapide, con l’istinto del tappezziere, la Rosa rivestì le testiere dei letti e ricoprì gli sgabelli e le poltrone, pure aggredì le ante degli armadi con certe tendine arricciate…niente imbottitura con le puntine a capocchia, no, quella richiedeva una precisione geometrica, estranea a casa mia…., solo tendine arricciate.
Senza il mio aiuto, naturalmente, perché i giri del pomeriggio mi tenevano fuori casa, ormai, sospesa come un galleggiante di sughero in un’acqua nuova.
Lontana anni luce dalla fatica della Rosa, insofferente del bambino.
Io avevo i ragazzi da guardare e incantamenti da consumare, poi, da sola nella stanza bomboniera, dove mi imbucavo come una cartolina, appena potevo, a mettere ordine nei nomi e nei volti della giornata, a rivedere a moviola le scene belle, a cercare nelle poesie le parole che avrei voluto. Dire e Ascoltare.
Adesso ero io, mica la Diana, ad essere accompagnata a casa con certi corteggiamenti di manubrio, magiche impennate sulla ruota davanti …e “domani cosa fai”,“ non verresti domenica al carnevale” e “in gita ti siedi con me…”.
C’era da essere sempre fuori.
In casa c’era solo da provare, davanti allo specchio del bagno, risposte e capelli.
La casa non aveva più muri sirena.
Meglio il giardino, se proprio proprio, dove si poteva chiacchierare fitto, sotto il pruno rosa, con le ragazze, e pure scrivere lettere collettive di risposta ai primi biglietti d’amore…. quando cominciare con “Caro Marco” faceva troppo banale, “Marco caro” troppo innamorato, alla Grand Hotel, “Marco tesoro” troppo peccaminoso…, meglio “Marco, ciao…”, sì, molto meglio…

Mio padre tornò e trovò la casa imbozzolata di cretonne, la Rosa miamamma con gli occhi fieri, il bambino cresciuto e, al mio posto, un tema dove parlavo di un’amica del cuore….
“Coi pantaloni” – disse mio padre, leggendolo.

E appoggiò al muro il ramo di mandarini che aveva portato per me, in treno, da Catania.

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