Chi continuava a studiare, dopo le medie, doveva scegliere fra il treno e la corriera.
La scuola veniva dopo.

La corriera era uno scassone blu che invadeva lo stomaco di curve odor di finta pelle.
La conoscevo bene, la corriera, troppo bene la conoscevo: ci passava sui piedi, nel viale della casa grande, e la prendeva mio papà, per andare a Mantova, quasi ogni mattina, se non era in giro in qualche posto lontano.
A turno capitava, in casa, di doverla fermare con segni agitati, finché il ritardatario non correva fuori, con la cravatta in mano e le stringhe delle scarpe da annodare.
La prendevo anch’io, la corriera, in quei pomeriggi di caldo grande, schiacciato a terra da una mano sudata. La strada, che portava alle zie, si bagnava in fondo della morgana dei miraggi, come nei deserti.
Il treno, invece, era di un verdino penicillina. Vecchie littorine, coi sedili di legno lucido: curano la scoliosi, diceva la Rosa miamamma, che trovava il buono anche in un moschino nel latte.
Littorine bruchi di ferro, sferraglianti di metallo, in forme arrotondate.
Il treno era Ferrara, fuori dalle rotte paterne, il treno era fare come aveva fatto la Diana miacugina, passare per i vagoni, cercare i posti giusti, darsi la matita negli occhi, con la Laura che ti tiene lo specchio, e anche il burrocacao, poi … poi… fare corsi di canto accelerato in nuove comunità di vicinanza. E scrivere con l’onda, che ti sbatte un po’ qua, un po’ là, l’ultimo compito dimenticato…

Andava così piano, il treno, che bastava mettersi nel primo vagone, scendere alla curva, quando quasi quasi si fermava, … al volo rubare, dai frutteti compiacenti oltre la ghiaia dei binari, le mele campanine, quelle dure spacca-gengive, infilarle nel maglione e di corsa risalire sull’ultimo vagone.
Catena umana di braccia a tirar su i temerari.
I ragazzi facevano così, poi, belli di mele e d’avventura, distribuivano i frutti con segrete strategie d’innamoramento.

Sarebbe stato giusto farle dormire al buio, le mele, perché s’ammorbidissero nella dolcezza dei muri, imparentate coi cachi, per strane leggi mai dimostrate.
Ma i furti richiedono sparizioni, così alle 7 e 33, nell’aria frizzantina del mattino, si mangiavano le mele.
Denti lucidi e succo di schiuma asprigna che chiama la saliva e fa venire li putìììni agli occhi.
In più, il sapore aggiuntivo degli sguardi.

Ciò che faceva preziosa la mela era il gesto che te la offriva, roba che capivi in pieno l’incavolatura della giunone con paride e tutto quanto.
Vedevano tutti chi riceveva la mela e chi no.
Mica era valido passarsela per dare un morso…: impossibile brillare di mela altrui, era la prima scelta che contava, erano gli occhi del trionfo di chi te la tirava o te l’allungava, più timido, o ti bussava sulla spalla.

A me arrivavano le mele del poeta, che non era svelto e si beccava le ultime, un po’ più rugginose e piccoline, con il sospetto inconfessabile che se le portasse da casa.

Il poeta era noioso, e con i capelli ricci che trattenevano la nebbia e il vapore. Però leggeva bene. Poesie scritte con la matita sul retro dei calendari, bei fogli grandi e un poco lucidi. I regali del tempo: quando i mesi volavano via, restava la pagina bianca da usare, dietro,… come scrivere sulla schiena dei giorni.

Le ascoltavo le poesie, le mangiavo con le mele.
Sempre una lei che nella sera andava altera, sempre una lei con gli occhi scuri che ridevano e la pelle di porcellana, sempre una lei che non capiva e che il poeta voleva riempire di baci sulla strada lunga di pioppi…
Potrebbe anche leggerle a lei, mi dicevo io, e mi scappava da ridere sciocco, quando incrociavo gli occhi in galleggiamento del poeta.

Io avrei voluto altre mele e altri sguardi

Arrivarono entrambi di sorpresa a fare un giorno diverso dagli altri.
Non quelli che cumulano foglio su foglio.
No, un giorno individuo, nello scatto dal prima al poi.
Un giorno di vena azzurra, una crepa nel muro.
Un giorno in forma di mela d’ottobre.

Ma questa è un’altra storia…

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