(ovvero divagazioni stradali, da appunti precedenti)

Si è usciti un attimo, questo pomeriggio, per certe usuali e randagie scorribande, quelle che non devono dar senso a niente, neppure a un’ora pendula: presente quando si va fuori e non si ha in mente una direzione e neppure un luogo?

Una passeggiata alla Walser, per capirci.

Con la differenza di uno sfondo grigio che mica nascondeva una promessa di sole: solo un grigio e basta.

Bene, si è presa una strada, che a dirla è già un programma: “strada di mezzo”, perché da una parte c’è la campagna che diventa Po, alla lontana, e dall’altra c’è la Provinciale.

Ci piace ‘sta strada di mezzo, perché ha un fosso dove arrivano aironi bianchi e grigi, e gallinelle d’acqua, di quelle che si tuffano a capriola e restano per un attimo sottosopra.

Lì c’è un resto di casa che tengo d’occhio, perché so che ha i giorni contati. È uno spaccato verticale: la parete interna di una casa che doveva essere a due piani e a due stanze; adesso è come l’intelaiatura di una finestra, con  quattro vetri di colori diversi, quei rosa- azzurro- verde- giallo, quadrilatero perfetto delle tinte anni ’50, nelle case di campagna.
Colori scaccia mosche.

E io torno a guardare con tenerezza questa parete-finestra, perché mi ricorda l’impudicizia innocente dei vecchi che fanno vedere le loro ferite, mi riporta l’immagine di quella zia ottantenne che ha subìto un’operazione e, quando la vado a trovare, mi dice con tono complice “vuoi vedere il taglio?”.

È vero, ciò che è vecchio ha un corpo tatuato.

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