Se sottoposta a terribili torture, la Rosa miamamma era abilissima a stornare l’attenzione da sé.

Prima, però, un po’ subiva.

Paritariamente in tre, nella casa grande, era facilissimo metterla in minoranza.
E metterla in minoranza era il nostro gioco.
Mio e del bambino, abbastanza grande, adesso, per essere compagnia docile.

È da credere, comunque, che le concessioni al gioco della Rosa miamamma seguissero un disegno, in proporzione alle malinconie: tanti giorni a distacco forzato, quando mio padre aveva un bel raccontarci per lettera cosa faceva, ma era pur sempre lontano e in casa non entrava il suo alone di colonia nazionali e corriera.
E non c’era neppure lo spicchio di melone nel buio, la luce accesa fino a tardi nello studio, luce arrotondata che vedevi stando su, dalle scale, e ti dava una fettina di coraggio, se ti svegliavi, la notte.
Insieme al fumo, la mattina pareva di trovare nella stanza l’odore dei suoi pensieri, la sedia spostata in un modo, la carta con le impronte del già scritto, segni che cucivano e dicevano.

A stare lontani si slargano i confini delle cose e non si saldano più. È questo a far male nelle assenze: ciò che resta non è più come prima, non lega.

Allora la Rosa miamamma litigava.
Non si lamentava, non evocava il Grande Assente.
Litigava.
Con noi.
Apposta.

E perché non apparecchiavo. E perché leggevo sempre e mi incantavo e non rispondevo a tono. E perché sparivo in bagno quando c’era da sparecchiare. E perché non badavo al bambino. E perché il bambino diceva ‘vado da paolo a giocare’ e poi là non c’era. E perché il bambino diceva le bugie e parlava come i muratori, che hanno la bestemmia creativa.

Quando la sgridata si faceva monotona, con andate e ritorni sempre uguali, qualcosa voleva ben chiedere.
Io e il bambino, insieme nello sguardo d’intesa, avevamo una sola risposta: INSALATA…

Sì, quella dell’orto a mezzadria, l’orto dietro casa, regno prestato al vecchio con le scarpe a punta, che lo coltivava con ordine geometrico, lasciando sentierini sempre più piccoli per ottenere un cespo di radicchio in più e ci metteva una sporta di verdura assortita davanti a casa.

L’orto era diviso in teutonici rettangoli: il più morbido, con l’insalata snervata, aperta come le ortensie, sembrava chiamare rosarosarosa….

Era leggera la Rosa miamamma, e svelta.
Ma non bastava.
In realtà si lasciava acchiappare subito, nel suo gioco con noi.
E allora era facile prenderla, io sotto le braccia e il bambino fratello per i piedi, trasportarla come un trofeo ridacchiante per il cortile, e stenderla sul rettangolo d’insalatona, con sperato dolore retroattivo del vecchio con le scarpe a punta….

Ovvio che poi occorreva scappare e inventare barricate con l’asse da stiro lungo le scale…
Ovvio.

Ma la malinconia di parole mancate, di bei voti senza occhi severi e compiaciuti, di lingua lunga senza sgridate, ecco quella non pungeva più, non pungeva più nei giorni dell’insalata.

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