Qui da noi si parla ancora della vecchia che stava nel casermone con le porte in fila, sbuffi di voci a ogni finestra e l’odore della cucina magra, con l’aglio in fondo come l’alito delle suore.

Era stata picchiata con le altre, ai tempi della mietiliga, quella buttata nella canalona per far dispetto al prete e ai padroni.
Da allora si appesantiva la sporta con un chiodo, chè non si sa mai cosa può succedere.

Poi la schiena non fu più giovane per diradare i cipollini: restarono li bugadi longhi da fare a primavera, quando si mandava via l’inverno dai lenzuoli con spazzole di crine.

Nei cortili c’era bisogno di donne dalle mani larghe.

Mentre la lisciva sobbolliva e il bianco della tela si gonfiava, la vecchia diceva di risaia e insegnava le canzoni, poi mangiava a tavola, nella famiglia del bucato, con le braccia strette e la vergogna delle mani rosse.

La domenica tornava con i segni della festa: la retina sui capelli, con l’elastico che schiacciava le onde, e il giornale delle donne.
Tutto lo raccontava, il giornale, dritta sulla sedia, le donne di casa a cerchio, convocate.
Bisognava ascoltare, anche se la pentola chiamava…
Lo si poteva comprare solo dopo averlo sentito, il giornale, con le notizie doppie in testa.

Allora se ne partiva fiera, con il formaggio grana o un po’ di burro o le tagliatelle fresche del tagliere della domenica, sparite in fretta nella sporta col chiodo.
Sulla porta si fermava per dar la mano alla vecchia di casa nostra. “Grazie per la calda parola”-diceva.

E per noi la calda parola ha ancora il sapore di un regalo mai chiesto.

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