Guardo la mia stanza chiara e penso che, nel suo passato prossimo, è stata una vigna, come quella di Pavese, che “sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo”.

La vigna ha terra rassicurante e funzione certa, ma le trame mobili dei filari, gli intervalli d’erba, i giochi d’ombra e il cielo che intravedi … no, queste non sono cose ferme e usuali, viste e quotidiane, queste cambiano e aprono ad un altrove possibile.

La vigna sa di avere pareti conosciute e insieme remote, familiari e insieme diverse.

Anche la mia stanza.

Ora conserva ceste di voci e gerbere rosse, polvere verde che attutisce il rossore, come la seta rubata a un pavone, nell’eco di fiabe foreste e sfioramenti leggeri.

La stanza-vigna conserva e trattiene:  “…un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e di speranza”.

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