È la prima sera di vacanza.
Fa lo stesso effetto di un mal di testa che trasogna.
I pensieri diventano svagati e inconcludenti: avrebbero bisogno di un recinto.
(Per ora li tengo dentro casa, ma è fatica: questione di un attimo e scapperanno)
A parziale compensa, i gesti si fanno lenti: sembrano cerchi concentrici, inutili e basta.
Semino coseparole, fra me e me, in questi mulinelli statici.
Sarà colpa dei fogli impilati ovunque, come malcerti edifici di memoria recente, timorosi del vento
Sarà colpa di Cohen e del suo “Dance me to the end of love” che recupera ogni malinconia e ne fa coroncine di ortiche
Sarà colpa di un Clavicembalo ben temperato
Sarà colpa delle partenze, dei saluti e delle distanze
Ma intanto mi aggiro incerta, come fra pagine-stanza appena un po’ spiegazzate, a ripassare  segni lasciati da un passaggio tenero e gradito, tracce di visi balenati per poche ore, calchi di voce
Mai come ora la casa mi appare un libro. Un libro in movimento, che trattiene e libera.
“A partire dalla casa si dipana un’erranza, la scrittura. Le si accorpa la storia.” – dice  Alberto Cappi.
Socchiudo la porta come un quarto di copertina. Lascio uno spiraglio.
Ha da uscire la scrittura, ha da prendere aria, vedere il mondo.
Assieme ad ogni parola uscita, come una lucciola nel buio, ritornerà una scheggia di esistenza.
E la casa si farà luminosa di altre pagine stanze.
Sì, torneranno gli amati transiti di tempo quieto.

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