Guardavo, sul terrazzo, la seconda fioritura della rosa che amo, qui.
È una vecchia rosa inglese, che ha perfezionato l’arte della grazia.
Si curva con mollezza semprestanca: lo fa con l’opulenza dell’eccesso, non per privazione…, cento e più petali.
Ha il colore delle pelli sottili e delicate, non pallide e malate di grigio, ma luminose nella trasparenza.
Non è facile capire dove l’avorio diventa carne: certo è che giunge al bordo col rossore roseo di un compito finito con passione.

Pensavo alla seconda fioritura.
No, non ha lo stupore della prima, quell’incedere malcerto di modestia e timoroso di un filo d’aria fredda, che fa spiare il boccio con ansia materna. (Si schiuderà, scioglierà domani il suo riserbo? E la lentezza della prima rosa già disegna il vigore finale, compenso e promessa di un perdurare)
Questa avanza impudìca e rapida: si apre al caldo, quasi sapesse di essere così breve, così breve. (Non ci sarà altra fioritura, forse neppure certezze di un ritorno)
Già conosce l’indugio del vento che la scrive e il fastidio di certi piccoli ragni rossi.
Ora cerca il lato tenero della vita e deborda ampia, a succhiare il suo sole.

Bella a scadenza, eppure quieta.
Bella ora, paga della sua seconda volta.

Assomiglia a certe età piene, la seconda fioritura.
Con la luce dentro.
A stornare malinconie, basta abitare il punto, a strati, in compagnia di tutte le età accarezzate.

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