Sono giorni di orizzonti scorciati.
Sarà per il bozzolo di garza che mummifica la casa e le dà un’aria egizio – polverosa.
(Le cose, solo sbirciate da finestre blindate, tremolano attraverso il velo al ritmo dei martelli pneumatici. Rumori sudati, dietro il sipario.)
Sarà per quest’aria bianca e pesante, che vorresti arrotolare come una manica di camicia, al gomito.
Sarà .
C’è che quando il cemento genera cemento interiore, è meglio uscire.
A las cinco de la tarde appare non propizio, ma almeno doveroso.

Fuori ti prende alla gola certo lenzuolo di sole, stralunato e svaporito.
Fa tanto infanzia e lingua di cane spinone: calda e umida.
Tutto fa  infanzia in questi giorni di orizzonti scorciati: quando galleggi nel tempo deciso da altri e i progetti al fare non hanno tenuta né consistenza. Perché questo è infanzia: restare fermi sulla coda di una rondine.

E allora pensi che, fortunosamente, esistono le vie d’acqua.
E sai che vanno al mare.
Indipendentemente dagli universi irritati.
Indipendentemente da queste sponde che sembrano gengive scoperte e dall’isola emersa con la sua storia di rami e carcasse.
Il Po passa, ruga o vena ricca, non importa.

Viene voglia di essere pavarina color ramarro, lenticchia di fiume o di fosso, che si sposta sulla pelle dell’acqua dolce, mai attratta dal fondo, solo leggera leggera.
Radici umide e grani verdi piatti e mobili. Unita e spersa.
Anche quando è ferma, la pavarina è in viaggio: le basta l’aria per muoversi o un improvviso tuffo a cul-in-aria di un’anatrina.
Ma la direzione c’è, aldilà degli orizzonti scorciati.
E lì si lascia arrivare.

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