Quando, nel tremore della corrente, si apre un pianto di golabianca, seme di dolore conficcato nel cielo, il viaggiatore capisce.
Cerca nel grigio la  procellaria, certo della tempesta vicina.
Sa che niente potrà più servire: la tempesta arriverà con voce d’aquilone, alzerà la montagna d’acqua per farne muro di pesci, incanterà vertigini di schiuma  fra  confini violati.
Questo dice il pianto di golabianca, che serra nel becco giallo l’anima di antichi marinai.
E, nell’attimo di striscia chiara, ancora sciolto fra mare e cielo, il lamento guida all’isola degli usati volti.
Si arriva  a remi stanchi, come per sospiro: ninfea di legno attratta da una sponda.
La persona è là, ferma nel suo sempre.
Chi giunge sa del dono.
Se a guardarla riconoscerà il segno di un caro, usato volto, e lo percorrerà col dito, il mare lo tratterrà sul limite del gorgo, non lo sputerà lontano né lo vorrà al fondo.
E allora il navigante insegue, su quel viso, la ruga del padre (a incrudelire la fronte) o la piega che arriccia il bacio della moglie, nell’ultimo saluto, o la piuma di sonno scuro che fa lenti gli occhi del figlio, forse il filo di tagli che cuce il labbro della madre…
Cerca una speranza o una ragione, col cuore già nella tempesta, e non sa se il mare alle sue spalle sarà schiaffo o carezza verso casa.

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