(divagazioni plateali)

È opportuno sapere che, qui, la piazza ci tiene.

Le aquile della torre aspettano all’ingresso: sono sfuggite ad un restauro in plexiglas (della serie teloprestoioquelchenoncè) e continuano a fare famiglia in terracotta.
La gente passa volentieri sotto la volta: non per la Madonna, neanche per i Caduti (con annessa lampada votiva e fiori); ci passa per via di una bava d’aria fresca fresca che solo lì, in uno sbieco, fa venire voglia di un golfino, quasi fossero le aquile a sbattere le ali.
Passa e si specchia nella vetrina del tabaccaio o nelle lenti dei suoi occhiali.

In piazza le case hanno bella cera: sono colorite (festoni di nastri e mele sotto i tetti) e nascondono brutti balconi con colate di petunie lilla.
Vivono nella speranza: i negozi riapriranno, presi da tanta bellezza nuova, quelli di fuori torneranno a fare spesa, gli uffici si faranno piccoli; i cartelli “Vendesi” saranno un brutto sogno.
(Stanno così bene le case coi negozi: una tendina spostata, d’inverno, per vedere la gente che va e che viene)

L’edicola  da tempo si è adattata per essere all’altezza degli eventi: non è più il chiosco di legno col becco dentro il forno (cosa sa fare la cipolla cuocendo nella schiacciata di pane unto, cosa sa fare…).
Ora ha fregi di ghisa e sguardo lungo: arriva all’argine, in fondo, dietro le statue del Cavalmarino (due stelle), unico ippocampo di pianura.

C’è attesa..
Fra un po’ avverrà il miracolo del porfido: pelle nuova per la piazza, rivestita e spianata, pavimento ai tavolini del bar, quelli col cerchio di bicchiere ben impresso sul compensato, a imperituro ricordo di granatine all’amarena e al tamarindo.
Ci sarà passeggio sui tasselli nuovi, nuovo risorgimento.

Intanto passerelle di legno sui buchi dell’asfalto, reticolati a suggerire transiti in percorsi.
Il gatto della Ferramenta fa prove d’equilibrio sulle assi, a coda ritta.
La Banca non dice niente.