Per dire come sa essere la campagna, qui, occorrerebbero metri di filo steso, balle di stoffa spiegata e stirata con le mani, senza l’aria a fare gioco.
Bisognerebbe pensare in orizzontale, fermarsi allo strato più basso e scrivere scrivere scrivere su un’unica linea.
Pensare in piatto e in giallo, anche.
Perché pure il giallo è orizzontale, qui.
Si è preso la terra.
Gronda nei fossi, come certo olio denso e lento, che cede alla forma delle cose, e costeggia la ferrovia, in uno slargo laterale.
Avesse una croce da riempire, sarebbe il Cristo di Gauguin, invece scorre in basso, senza slanci. Se ne sta qui, borioso per un niente (un giallo da trombe sfiatate o cornucopie vuote): dove non ci sono i campi di granturco, restano solo, incerte e schiacciate, delle stoppie corte.
Pare essersi mangiato gli uomini, come formiche, e averli nascosti in questi rotoloni che hanno scorticato la buccia della terra per farne paglia.
Rotoloni metafisici.
Fitti, in linea d’aria con la pieve vecchia, in fila indiana lungo la ferrovia, in splendido isolamento e disordine al centro della campagna grande.
Silenziosi e stupefatti, lascito o pedaggio.
Sono un nuovo paesaggio d’attesa, che disegna radure e direzioni allo sguardo.

Fosse caduto il sole, potrebbero essere le sezioni robuste dei suoi raggi da polipo.

Fossero i tronchi di antiche colonne, potrebbero essere i resti di un tempio selvatico.
Sogno di un verticale cui dare forma.

Piace pensare alle preghiere che avrebbero accolto, mentre i cuculi battono gli anni da rincorrere sulle dita, per non perdere il conto.

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