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C’è che in realtà la scrittura finisce con l’assecondare, talvolta, il ritmo della vita.
Il tuo passo, dentro l’esistenza.

La narrazione è nello scatto dal prima al poi (o dal poi al prima).
Gioca sul filo del tempo.
E del cambiare.
Si dà alla corsa oppure all’avanzare quieto del passeggio (che pure sa di indugio). Muove e si muove, anche nel ritorno.

Ma se resti nel fisso, nel fermo del “durante”, finisci col covar le cose: le guardi, le riguardi, le sogguardi.
I pensieri, i sensi e i sentimenti fanno germe intorno a questi grani, come radici, bianche e volanti, di un bulbo di giacinto.
Succhiano l’aria intorno.
L’aria del durante. Circolare maglia che contiene.
Captano risatine di pioppo e malinconie di ragni a penzoloni. Seconde fioriture e terre rivoltate. Temporali a lento lascito e bave di lumaca.

Al caldo delle cose stanno le vite piccole.
Questione di misura.

La descrizione s’innicchia, un po’ sonnecchia, certo borbotta, stile caffettiera.
Vecchia marpiona.
Prepara lo slancio.
Il movimento incuba.

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