Parole e nomi di una casa bianca e gialla.

A convincere che la terra è specchio di altro sono i segni dopo la pioggia.
Triture di zampine nel fango.
Righe azzurre, storte e luccicose, fra scavi di nutrie e resti di granturco.
Parole, che han preso l’acqua, ora stese sul filo del bucato.

Molti segni stanno fitti nella casa bianca e gialla.

Nella casa bianca e gialla arrivi  se dopo la pioggia ti è rimasta la nostalgia di una nuvola e del suo singhiozzo.
Se la terra s’è arresa con tale piana apertura che chiedi a un albero il racconto dell’alto.
(Giusto per spargerne la voce o la speranza. Un noce per dire alla valle, un salice per dire alla  golena)

Nella casa bianca e gialla arrivi se ti vien voglia  di stare come un fiore in fresca.

Lì il mio amico ascolta le meraviglie dei felici e le fissa sul pentagramma con l’inchiostro.
Così sono musica e rose.
E basta.

E’ l’amico delle fiabe sotto la porta.
Delle poesie latinate in pastello.
Dei rami di ciliegio a fare la compagnia del muro.
Delle parole che bisbigliano nelle ceste.

È l’amico che ha aperto la porta ai Tre Giardini (balenavano fra la strada e l’argine).
I Tre Giardini han detto grazie e sono entrati nel suo nome, con il profumo dell’enothera e fianchi morbidi.
Alberi e parole, note e passeri si son confusi nella casa bianca e gialla di Tregiardini. o, forse, nella sua anima vegetale.
Ancora si scambiano cose.
E nascono poesie così. Arrampicate all’aria come i convolvoli.

delle parole

Esisterono voci dell’aria
Non significavano erano annunci
Le alte rincorrevano le gravi
Le gravi si davano per vinte

Scorzuti alberi le innamoravano
Echeggiavano le casse d’armonia

Vennero gli umani ad assediare
Le voci allegre a prorompere a fuggire
Gli alberi a fantasticar di braci
Alla sorte delle braci si legò la poesia

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