(primi rudimenti della grammatica della notte, in forma di racconto)

Le notti dell’inverno leggero erano scaldate solo dai respiri.
E da certe padelline di ferro arrugginito, con le braci dentro.
Poggiate dentro una nicchia di legno, che teneva sollevate le coperte del letto, sgelavano le lenzuola, regalando un uovo di tepore, col profumo del fuoco.
Non sfacciato.
Solo riflesso, nelle cose.
Ma le notti dell’inverno pesante avevano bisogno d’altro, perché la rampa delle scale succhiava il vento da fuori e lo sputava dentro, con certi mugolii nel vuoto che sembravano presenze.
Allora la notte era scaldata da una stufa a carbone.
Pettoruta e arrogante.
Posta a guardia del piano alto.
Una stufa dallo sportello a molla, rumoroso e avido di cocke a pezzi grossi.
Spandeva una circonferenza regolare di calore e i raggi si aprivano in un punto preciso del tubo come un ombrello che ha perso la tela.
Per i panni.
Perché il fuoco servisse anche ad asciugare.
La bambina amava le notti dell’inverno pesante, fin dai riti della sera.
Si poteva chiedere il gioco delle orecchie fredde, prima di andare a dormire.
Nonno consenziente, disposto a farsi un paio di giri attorno alla casa, per portare il gelo dentro.
Bellissimo gioco quello di addormentarsi cincischiando le orecchie vecchie, raffreddate dall’aria di galaverna, fra l’indice e il medio, carezza del pollice.
Bellissimo gioco quello di inventare il respiro trattenuto e la testa  dolorante.
Si poteva chiedere posto nel letto mezzo, nella stanza grande.
Si poteva ottenere anche il gatto, in fondo ai piedi. Piangendo piano per un po’ (a singhiozzi piccolini).
Eppure, nelle notti dell’inverno pesante, il tempo cadeva strano anche nel letto mezzo: e le ore di “prima” si confondevano con le ore di un altro “prima”, e il gatto in fondo diventava una mano di osso che trascinava, trascinava giù, in basso, lungo una scala che perdeva i gradini. E la scala che perdeva i gradini diventava una strada senza sassi in discesa: la bicicletta non aveva più ruote e la voce moriva senza riuscire a chiamare.
A quale ora  la strada muta  si faceva pioggia contro le finestre o pozzo con la fiamma dentro?
La bambina era dritta nel letto, con la voce che non tornava e la stanza che si stringeva attorno, fatta a fette dal buio.
E allora vedeva.
Dallo sfiato della porta entrava la fiamma. La fiamma era un brandello di carne appesa, una spalla con il braccio, un braccio amputato, senza una mano.
Faceva paura quel corpo monco e acceso e penzolante.
“Verranno le formiche rosse, perché dove c’è la carne ci sono le formiche rosse, come attorno all’osso del cane”- pensava la bambina.
E le formiche salivano sul letto e s’infilavano sotto le lenzuola, camminavano lungo la gamba che sembrava fredda all’improvviso, mentre la carne continuava a sbattere a sbattere. In alto, all’altezza della porta.
“Verranno anche le vespe”- pensava la bambina.
E le vespe ronzavano ed erano quelle dell’orto, ora vespe d’inverno col pungiglione di gelo.
Il tempo restava un nastro nero, squarciato di rosso carne.
La bambina sentiva il peso della stanza addosso.
Tutta la stanza coricata sul letto.
Nell’unità indistinta.
Nel fermo lungo che non ha “prima” e non ha “poi”.
Solo la mattina metteva le cose a posto.
La madre toglieva dai raggi dalla stufa la camicia del padre.
Non più rossa per il riflesso della stufa.
Bianca e asciutta.
Sparivano formiche e vespe.
Il tempo tornava alle campane e si muoveva sulla sveglia.

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