(divagazioni fumose)

Mi pare fosse alle Jene.
Qualche settimana fa, ma non più di tanto.
Casini e Rutelli sottoposti alle stesse domande.
Anche circa lo spinello.
Rutelli, con la faccia alla San Luigi Gonzaga (giglio automunito) che dice mai e poi mai, Casini che dice sì sì, una volta in un piccolo prato.
Piaciuta tanto la precisazione del “piccolo” prato, funzionale alla riduzione della trasgressione.

Spinello è una parola che mi fa venire in mente l’odore dell’olio 31.
E allora mi metto a ridere.
Perché mi riporta alla mia capacità di essere imbranata in qualsiasi situazione: basta prenderne una a caso e so darne una interpretazione estemporanea, ma adeguata.
Io non fumo: per una questione di imprinting.
Non fumo proprio nessuna cosa: l’odore delle sigarette mi dà fastidio, il fumo mi fa venire male agli occhi, mi chiude il naso e via scocciando. Però non disturbo chi fuma: gli chiedo solo di farlo in bagno o sul terrazzo o passeggiando davanti a casa. Solo questo.

Bene.
In uno dei miei primi anni di insegnamento  (diverso tempo fa, quindi), capito in un Liceo di città, la stessa in cui mio padre, da pendolare come me, riveste una carica molto esposta.
Una sera di gennaio avanzato, la riunione a scuola finisce tardissimo: sessanta chilometri di nebbia fitta, come sa esserlo dalle nostri parti, e pure sul ghiaccio, spaventano anche i coyote. Da fare in macchina: impossibile. E non ci sono più treni.
Sono con un’amica cara, del mio paese, con me nella stessa scuola.
E con un altro gruppetto di prof. pendolari e stanche.
E con la nebbia a parete, cui si può appoggiare una bicicletta, senza farla cadere.
Telefonata a casa.
Mio padre mi fa: si dorme lì, pensione V., dove vado sempre io. Mi conoscono, vedrai che vi trovano ‘na stanza.
Si fa così: danno a me e alla mia amica la stanza di mio padre.
Alle altre due colleghe una contigua.
Si va a mangiare una pizza, si ride come si può ridere solo dopo un collegio docenti, quando la vita ha il sapore di un’evasione e tutto ti pare leggero leggero, anche se c’è la nebbia.
Si va in camera: pensioncina piccolina, stanze con muri di vetro: quella dei padroni sullo stesso piano.
Dopo cinque minuti dalla buonanotte collettiva, bussano alla porta della stanza: sono le altre due colleghe che ridono e ridono, entrando con fare furtivo.
Ci fumiamo uno spinello: dicono. In compagnia.
Spinello?
Mai visto da vicino, io.
Molta letteratura in proposito, avanzata e improntata ad un sano antiproibizionismo, ma nessun desiderio di presentazioni ravvicinate. Né contatti.
Sotto sotto, però, mi lavora per bene la vergogna di parere una di campagna e pure bacchettona, una di strapaese, mai stata in treno, mai vista una credenza.
Le due fumano.
Tranquillamente e odorosamente.
Non gliene può importare di meno se noi non si condivide.
Nella stanza c’è l’odore che immagino appartenere ad una fumeria d’oppio. È dolce e appiccicoso.
Naufrago nell’imbarazzo, che mica è legato alla fumatina in sé, ma a quella fumatina nella MIA stanza, che poi è la stanza di MIO padre, nella pensioncina di MIO padre, nella città di MIO padre, in cui MIO padre può fare una brutta figura.
Mio padre comincia a sembrarmi gigantesco.
Potrebbe uscire dall’armadio e dirmi… belle cose che fai in giro e io non mi stupirei. Anzi sarei felice se lo facesse subito, almeno mi tolgo il pensiero.
Mio padre comincia a sembrarmi un gigantesco aspirapolvere che può sentire l’odore spinelloso stando a casa sua.
A sessanta chilometri.
Ancora di più lo potrebbero sentire i proprietari della pensioncina.
Allora geniale intuizione: spalanco le finestre e mi metto, con l’amica che mi conosce a memoria e ha la mia stessa disinvoltura di marmo, al davanzale.
Come le sorelle Materassi.
E facciamo anche finta di avere caldo: pertanto ci facciamo vento.
La gente passa sotto le finestre e guarda in su un tantino perplessa: due ragazze alla finestra di un alberghetto che si sventagliano a mano aperta.
Realizziamo che forse non è un gran bel vedere.
Le due finiscono e se ne vanno, ridanciane e spensierate. Noi restiamo pensierose e col mal di testa, lì, a spolverare l’aria e a versare ovunque gocce di olio 31.
La stanza sembra la succursale di una caramella svizzera.
E noi ora ridiamo come cretine.
Uno spinello all’olio 31.
Altroché.

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