Leggo ricordi (e talvolta nostalgie) di mari e di isole in tante scritture.
Ne arriva il profumo fin qui, a confondersi con gli odori di altre acque.
Altre acque.
Quelle che conoscono le sponde e ne conservano un senso amaro di luppolo e gramigna.
Quelle che non disdegnano i ponti, ma ne sanno il sacrilegio (mai annodare quanto è diviso…).
Quelle che scorrono e tentano al viaggio battelline lunghe e nere, ferme a riva per nodi antichi, poi finiscono col convincere solo sabbie e ghiaia.

Da questa mescolanza di acqua (tracimata o sortiva) e di terra (gonfia e portata via) nascono presenze.
Anche qui ci sono sirene, pertanto.
Sirene di superficie, sirene di fiume, con petto di rosatea e fianchi accoglienti.
Memoria o promessa del mare, chiamano destini malcerti e incantamenti brevi.

Proprio a ridosso dell’argine stava la più bruna.
Aveva rubato la pelle alle nespole d’inverno: solo a guardarla, dorata, se ne sapeva la polpa.
Non chiamava, non cantava, ma, se rideva, se guardava e rideva di gola, non c’era dolore, non c’era male che restasse identico a prima.
Un riso di latte e di miele.
Lo sentì il suo ulisse, risalito dall’altra sponda del mare, vagabondo senza mappe e senza mestiere.
Si fermò.
Lei lo lavò, lo vestì, lo prese nel letto, nella casa del caco, esploso d’arancio.

Lui dipingeva il mare su assi di porte e d’armadi: perchè in un noce, nelle macchie dei muri, nella brina sui rami vedeva acque con veli di sale e trine di schiuma.
Conchiglie e conchiglie.
Con questa moneta pagava.
E le case fiorirono di squame azzurrate: collezioni di sabbia, di onde e marosi, costrette in piccole tavole di legno…

Se ne andò, lo straniero, senza dire dove e perché.
A noi restò il mare sui muri.
E una donna sirena, senza latte né miele.
E il sapere che l’amore ha radici nell’aria.

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