Dalle giornate strane nascono racconti zoppi.
I racconti zoppi non vanno da nessuna parte, restano incollati all’anima. Adesivi.
Sono lunghi un centimetro.
Si dicono nell’attimo che accadono, poi stanno lì.
Come quei ricordi rannicchiati nella pelle, che arrivano al risveglio. E non han parole. Le rubano strada facendo, nel mattino.

Oggi c’era tutto quello che serviva: lo stupore nell’aria, il freddo lucidato, gli alberi a ventaglio.
I nidi delle cornacchie esposti e penduli, fra i rami. (Pioppi marsupiali)
Avevi ben da contrastare il cielo con il lato prosaico della vita: sportina in mano, meta cassonetto.
La ragazza, avanti pochi passi, sobbalzava a ogni macchina in sorpasso.
Poi una frenata, una portiera aperta. Un bacio. Via.

E io lì con la sportina in mano, a sapere esattamente il come. E a tornare indietro, a certe mattine fredde e lontane: uscivo di casa e vedevo la macchina ferma un po’ più in là. Qualcuno si era alzato presto per portarmi alla stazione.
Salire e stringere una mano, nel tepore della macchina in attesa.
La pelle fresca sotto un bacio. Vetiver leggero.
Speranza che la stazione sprofondasse sette leghe più in là.

E la memoria è una colonia di pesci guizzantini nello stomaco.

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