I primi giorni di vacanza rintronavano nella testa, come un’otite mal guarita; nelle orecchie, smerigliati, i suoni della casa erano voci sirena in cui piano piano navigare. Sparivano gli oggetti della scuola come per autocombustione e restava il TEMPO.

E tempo significava abile ripartizione di pacchetti di giorni: un po’ di qua, un po’ di là, in un roteare di prestiti a parenti che si raggiungevano col cuore sospeso e la vergogna degli approcci.

Ma c’era un tempo che si spendeva nella attesa delle partenze. Quello, sì, mi piaceva: a scadenza, ma sfilacciato, leggero di programmi, un tempo con le vestine corte.

Scatola poco segreta di questo tempo era il viale, con bambini ad ogni casa, a spiare l’uscita del vicino, nelle ore del caldo, alibi per insistere “Vado fuori anch’io”. A giocare. E la pelle delle gambe faceva zviiiiig scollandosi dalla Frau, dove ogni giorno leggevo di Ercoli, Idre e Ninfe assortite, e scappavo fuori.
Il sonno era lasciato al resto della casa, che alle due si sgonfiava. Niente lavori, niente rumori, solo l’odore della conserva, a memoria di un ragù che aveva lasciato soddisfatta la tavola.

Le fughe si consumano sempre nel silenzio e si portano dietro il profumo di un luogo.
All’uscita il caldo ti prendeva chiaro, come una persona amica, con l’invadenza di un abbraccio che gratta un po’ la pelle.

“Dai, che andiamo alla stazione-porto”.
La repubblica delle bambine – per un sotterraneo sincronizzato tam tam – era già lì, con la sua gerarchia di capi e la sua mappa di luoghi.
I maschi del viale, sogguardati e respinti di giorno, venivano buoni solo verso sera, quando, tutto rilavato, il mondo bambino tornava giù in strada, per altri giochi più quieti.
E poi, chi li voleva i maschi? C’era quello lungo che diceva a tutte “mutanda del mio cuore” e io scappavo in casa rabbiosa dalla zia sarta: “le voglie lunghe, le sottane, le voglio lunghe….”

Alla stazione-porto i maschi non ci venivano. Dentro il magazzino, su scale di cassette per cipolle, in un leggero svolettare di bucce residue d’oro rosso, viveva, ben organizzato, il condominio delle bambine. Orma di casa, fetta di casa, in cui recitare il teatro dei ruoli. Su e giù , fra appartamenti ampi e stretti, panoramici ed oscuri, secondo regole di potere e di agilità: le grandi comandavano e le piccole ubbidivano…. le grandi davano la trama del gioco.

Quel giorno la bionda, forte dei suoi undici anni, aveva l’agitazione inquieta di chi le ha appena prese e si muoveva sui suoi sandali a strisce marrone- modello S. Francesco, come se le gambe lunghe fossero molle a scatto.
Io, nonostante i sandali, la rispettavo molto, e un po’ la temevo, per certe storie che mi raccontava, di vecchie col pelo matto in faccia che uscivano di sera a portar via i bambini,con la scusa di guardare i gerani delle case.

“La prova, – cominciò a ripetere con la voce forte, davanti alla stazione porto, col suo bel sagrato lastricato da cipolle marce- ci vuole la prova per entrare qui dentro. Le piccole devono prendere una lucertola e staccarle la coda”.
Le altre grandi ridevano e si davano delle arie. Le piccole non fiatarono, per darsi un contegno, anzi corsero via, verso il muretto miniera di lucertole.
Io stavo lì, a darmi della stupida per essere uscita di casa: avrei potuto finire la storia di Io, trasformata in mucca, e invece dovevo prendere le lucertole, che, fra l’altro, mi erano anche simpatiche. Mica erano come i rospi, loro, che, se facevano la pipì negli occhi – diceva mia nonna –facevano diventar cieca la gente. Ma come facevano poi a centrare proprio gli occhi della gente?
Non mi muovevo. Davanti agli occhi vedevo la pancia giallo- molliccia delle lucertole e la coda a tergicristallo e le zampe. Sicuramente avevano gli artigli e graffiavano e forse la pipì la facevano anche loro.
“Dai, muoviti fifona che qui dentro non ci vieni più…”
Le grandi mi parevano odiose, là con le gambe a penzoloni dalla finestra – ingresso per il paradiso.
“Stateci voi, lì dentro, che fa schifo e puzza. Non ci vengo, io. Tanto domani vado via. OCCHI DI MELANZANAAA!!”
E scappai, lasciando nella scia l’offesa più brutta.

Visto che li avevo, io li odiavo gli occhi scuri, e, segretamente, continuavo a guardare in alto, appena potevo. Se a fissare il sole ci si abbronza, a fissare l’azzurro qualcosa dovrà pur succedere.

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