Fuori c’è un caldo grigio.
Non quello che passa a sbuffo, s’accende e si spegne a seconda del traversare la piazza o del costeggiare un muro.
Quello che grava con le ‘a’ tutte aperte, a zampe divaricate, nell’indifferenza dell’ombra.
Limaccioso e senza slancio, sciropposo e lento.
Si è addormentato sulle antenne e cola.
Ogni fessura è buona per entrare: la piega del gomito, il soffio fra due pagine, l’intervallo di un respiro.
E poi i buchi dei pensieri.
Li forza, li slarga e li allenta. Gli orli si arricciano e non collimano più.
Pensieri aperti, vergognosi.
Come ferite.
Con le idee che svaporano o si snervano, a penzoloni.

Soffro la pesantezza delle cose che non si vedono.
Quelle che dilatano dilagano dilavano.
Soffro la pesantezza del caldo.
Onde in crepe larghe, distanze da pressione.
Dispersioni opache.
Il freddo stringe, tiene e fa tenere.
Il caldo è ottuso come un silenzio di stoffa.
Non sa legare.

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