(Teatro fra gli alberi, 2 )

Soprattutto ciliegi.
Di notte liberano senza pudore contorsioni di tronchi e abbracci di rami.
Dentro al teatro degli alberi, ci si trova d’un tratto nel gioco del buio.
(La civetta lo sa.
E segue il vagare degli spettatori con singhiozzo sorpreso, fra spianate di erba arsiccia e bisbigli di foglie.)
La scena ha perso il suo centro.
Si è frantumata in otto luoghi.
I Dialoghi con Leucò vivono annicchiati in angoli verdi: ora poggiati al bivio di un tronco divaricato, ora ai piedi di alberi grandi, ora allungati nell’alcova di arbusti e di rami, a fingere scogli ed isole, antri e radure, accampamenti e picchi.

Agli spettatori è data la direzione del viaggio: a vagare e a ricucire l’arabesco, a trovare il disegno nel tappeto, dialogo dopo dialogo, perché l’intero è solo sogno di un tutto che si dà per unità discrete, scaglia su scaglia, storia su storia.
Sul filo del desiderio.

Ovunque, intorno, stazioni fra gli alberi per prove di voce e di parola.

Mai ho sentito così forte la verità di una frase cara: “Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro”.

Le parole fra gli alberi prima si stupiscono, giungono un po’ trasognate: hanno tanto viaggiato; vengono dall’unico mondo che non si può cambiare, in cui ogni cosa è già accaduta, eppure sembra accadere.
Poi stormiscono e fanno pensare.
Si strappano in una domanda, s’incastrano in un languore, aprono varchi e camminano dentro.
Muovono e commuovono.
Le parole fra gli alberi raccontano le storie di sempre: scendono, lente come una goccia vischiosa sul vetro.
Sanno di dolore, quello che batte e ribatte a scandire la vita, nel suo duplice respiro: il nascere e il morire, il restare e l’andare, il trattenere e il perdere, il tacere e il rivelare; quello che attraversa i pensieri e la carne, la calma indolenza e lo stupore, l’eterno e l’attimo.
E sanno di destino.

Ascoltare e vedere è approdare alla radice delle cose e dei loro nomi.
E’ accarezzare la dolcezza di Eros che ben conosce il sacrificio di Iacinto e ne piange, sapere il sorriso di Leucò, messaggera di distanza e speranza, consolare Saffo che tormenta le mani e tiene nella voce rauca il grido dei gabbiani, attraversare il mistero di Demetra, matrona di spighe e di doni a doppia lama, profondare nel bisogno di ricordare e di dimenticare d’Achille, nelle notti di veglia, piangere con Orfeo sull’impossibilità di tornare dalla morte, entrare nel mondo di Mnemosine che dice perché la conoscenza si rifranga in cerchi d’acqua.
Ed è sentire Circe, Circe la strega, maga e ragazza, dai cento nomi, che accoglie e non tiene, che vive di voglia e rimpianto, sospesa fra un mondo di dei e un mondo di bestie. Circe che incanta, rossa di velluto e di voce, potente e gracile come i sogni che si svelano, come la malizia che si scopre, come la voglia che si dice.

Ascoltare e vedere, allora, è ripassare la fatica di vivere non nelle sue varie età, ma nelle sue varie forme, in ciò che non cambia, in ciò che non è soggetto al fluire del tempo.
E’ capire che si può nascere nel segno del sangue e della violenza: mostri, chimere, titani, centauri…, o nel segno di un enigmatico sorriso: dei, dee o ninfe…., o nel segno dell’effimero: uomini e donne, eroi e poeti…

Trasversale, come un volo di rondini, resta il compito di capire perché e quale senso dare alla vita.

(Anche il vento, intanto, muove e commuove. Ha una sua verità da svelare: i rami, sì, i rami, sono i gesti degli alberi)

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