A vederlo così, senso di privazione, come di vita che si spolpa.
E’ senza fiato, il Po, con le zanzare alle caviglie.
Acqua bassa: scesa sotto, stanca di superficie, succhiata al fondo.
Rive svelate. Radici svitate di salici e di pioppi.

Il Po ha tre anime: ora mostra la sua anima di terra.
L’anima liquida, quella di schiuma, di piccole onde veloci e di gorghi, s’è ritirata ai bordi: al mezzo questa spiaggia che la buca, ferma e spiegata.

Lo sapevamo già, noi, che un fiume è acqua e terra.
Soprattutto a novembre.

Acqua che percola nella riva, a becchi e a bocconi. E la gonfia, lenta lenta, e la prende.
Terra che s’infradicia, s’ammolla scura come il letto di un’ anguilla.
Di suo, l’argilla, ci prova, a trattenere e a stare. Barriere di tronchi ai fianchi e rami bandiere di stracci naufraghi. Poi cede e si scioglie: sporca l’acqua, si abbandona al viaggio e va.
(L’acqua di Po non è leggera. Ha la forza dell’argilla che si porta via, come un pegno d’amore o prepotenza. )

Ma ora.
Anime separate.
(Sarà dunque la corsa, il folle volo delle cose a tener stretto il patto?)

L’acqua si ritira, in rigurgiti di fango, in bolle di pescegatti. Cala, cala.
La terra è isola e collina limacciosa in mezzo al corso. Convessa. Corallo verde di qualche resto di bottiglia. Sacche di sabbia grigia, placche di mota liscia, certe pieghe di capelli, asciugati stringendoli fra le dita. E bastoni levigati come ossi. Qualche cespuglio: pareva già pronto, nel mondo alla rovescia, sotto la pelle del fiume. Chissà.

La battellina nera, di tutti e di nessuno, che taglia la corrente o l’asseconda, è rovesciata su un orlo di sabbia, finita all’isola spinta da quale mano.
E’ la terza anima, quella di barca paziente.
Riposa.
Memoria di sacrileghi percorsi, da riva a riva, da campanile a campanile, sa che è il tempo dell’attesa.
Che l’armonia ritorni.
Scambi e permute, grazia inquieta di passaggi e movimento.
Ora c’è troppo caldo.

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