Famoso, ovunque, è il saluto alla R****** ( gli asterischi stanno per le lettere che compongono il mio cognome).

È praticato in ogni occasione possibile, quando si materializza un incontro.
Se io e mio padre siamo nello stesso supermercato e ci incrociamo due volte nel giro di venti minuti, per due volte ci abbracciamo e ci baciamo sulle guance come se fossero vent’anni che non ci vediamo. E poi, mentre ci allontaniamo in direzioni diverse, ci giriamo alcune volte per dirci ‘ciao neh, …saluta la mamma’, ‘saluta Lino…’ (che è stato già oggetto di accurati ‘ ben trovato ’ due scaffali prima).

Mon mari non si è ancora ripreso dalla prima volta.
La prima volta del saluto dell’allora sconosciuta zia Nelly.  Non solo ripetutamente gli corse incontro, ma lo abbracciò e lo baciò, dicendo estatica ‘ al me bel al me bel’ : commossa, continuò a covarlo con occhi adoranti per tutto il tempo della visita.

Il meglio, comunque, in famiglia, siam capaci di darlo quando ci si incontra nei numeri grandi, dagli otto in su, fino al tetto massimo della trentina.
Allora gli abbracci e i baci si moltiplicano per ogni componente, nel rapporto uno a uno.
Siccome siamo anche vagamente distratti, ci dimentichiamo se ci siamo già salutati e ricominciamo daccapo: non si sa mai.
E siamo proprio felici di vederci e di trovarci bellissimi.
Non siamo preoccupati per i nuovi affiliati: giovani mariti di cugine di secondo grado, morosi timidi e ragazzine in boccio, arrossenti…. Baciamo e abbracciamo anche loro, come se li conoscessimo da sempre, trovandoli bellissimi, naturalmente: sono valore aggiunto.
Un cugino (simpatico: da clonare e da tenere in casa in più esemplari per i momenti bui) è solito presentarsi, ai compagni/compagne dei figli, nel rito ufficiale del primo pranzo insieme, come l’ultimo degli Intillimani: canta ‘ Vola colomba’ da lui opportunamente tradotta in spagnolo con l’aiuto del dizionario, accompagnandosi con la chitarra (talvolta). Per metterli a loro agio.

Ma è il momento del commiato a mettere una vaga inquietudine: almeno tre quarti d’ora prima dell’orario prefissato per la partenza, cominciamo a guardare l’orologio. Ci si dice “meglio cominciare a salutarci”. Il più coraggioso comincia, … eppure qualcosa succede sempre: una notizia dimenticata, una fettina di torta che chiama, quella foto da cercare, il regalo scordato sulla poltrona…
Facile dover ricominciare e poi, poi prolungare il saluto in strada, con le braccia che oscillano finchè l’ultimo fanale non scompare, alla curva del viale.
L’ultima mano in aria.
Mai stati bravi nei distacchi, mai.

Ieri, una serata così.

Con le voci sorridenti, a ridosso di una siepe fresca, la voglia di rimanere lì e di legare al saluto tutte le speranze di giorni buoni, specie quando l’esistenza non offre il suo volto migliore e mostra le crepe del tempo, gli ammanchi, i cambiamenti.
Il saluto, allora, diventa promessa di non cambiare e passaggio di consegne.
Segno di appartenenza e di condivisione.

L’accompagnare la vita con una carezza.

(dedicato alle mie cugine sorelle, ovvio)

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