I ritorni svuotano un poco.
E danno un senso di estraneità precaria, per qualche giorno.
Come se la casa ti riprendesse malvolentieri.
Sarà stata bene in tua assenza? Avrà respirato di sollievo? Tra scricchiolii notturni e dialoghi incontrastati fra polvere e divani…

Ora, calda fin nei muri, con l’ordine rassettato e frettoloso che le consegni alla partenza, chiede finestre aperte e la ripresa di un ritmo concordato. Non il tuo, non il suo. Un fare con pause, a fronte del ricatto di valigie colme.
Le pause van bene per lasciare che ‘l’appena stato’ salga in superficie, si fermi e dica.
Decompressioni.

È stato un viaggio bello.
In cerca di frescura, presentimenti di nebbie e grigi sfumati.
Si è trovato il sole, invece; il senso del sole fresco sulla pelle. E si è respirato il mare.

Ho visto tanto azzurro, fra i fiordi.
Un azzurro mai fermo, attratto ai bordi di altri colori: lucidi o smorzati.
Un azzurro che vuol dire luce: liquida nel mare, infeltrita nelle ombre delle colline, nel percorso lento verso il buio che non è mai buio, e poi, poi stupita e trasparente in cielo.
Un mare ragazzo, questo di Norvegia, poderoso ed energico, con gli occhi chiari, un cielo bambino, come lo immagini se l’aria gioca in purezza, colline materne e arrotondate, generose di abbracci.

Ho visto tanto verde.
Specchiato nei laghi a fare nero, come un’ onice mossa, acido (quasi dorso di raganella) in certi prati giovani, amico dei Troll nei boschi scuri, spalmato sui tetti delle case vecchie come vernice fresca: perché ancora, alcuni, sono di erba e di fiori, lì, su strati di corteccia di betulla.
Dormire sotto un tetto di ranuncoli e gramigna…Squittio di radici nella notte, srotolamenti lievi e risatine di fate. Avrei barattato un giorno per un’ora di sogni sotto il tetto…

Ho visto tanto bianco.
Ballare sulla punta delle schiume e degli schizzi, star fermo nei ghiacci, fiondarsi come sasso rimbalzìno nelle cascate che ruotano corrono saltano spruzzano e poi sciolgono la furia verticale nell’aprirsi piano del mare o del lago. Ha vita, il bianco, qui: è resistenza antica della neve che, sulla riva, non vuole cedere al mare e, sulla cima, non vuole cedere al sole; è irruenza giovane dell’acqua, lungo le pareti, fra rocce e massi. Per questo le valanghe hanno nome, e le cascate un’anima. Ci sono Sette Sorelle che scendono vicine nell’antro del fiordo di Geiranger, in nuvole d’acqua a velo di sposa, e un Pretendente solitario, che le chiama ad una congiunzione, dall’altra parte, inascoltato.
Gli elementi sono abitanti non censiti. Presenze e figure moltiplicate dai colori.

Ho visto tante isole, legate fra loro da strade di uccelli e di onde.
I pianeti del Piccolo Principe caduti in mare, per raccontare di un altrove, dove le case sono bianche e accrocchiate in alto per il Re, lunghe e basse per i rotoli del Geografo, con le luci accese per il Lampionaio, rosate e lucidate per far da specchio al Vanitoso, a volte un po’ scrostate e spente per l’Ubriacone…
Ora galleggianti, già pensi le isole incastrate nel ghiaccio dell’inverno, fra  spire concentriche. E di quel lungo buio senza sole capisci il silenzio.

Ho visto tante finestre, per il teatro della luce.
Con tendine a paralume, rigide e spostabili, per rapidi togli e metti.
Con gatti di legno, corna d’alce, lampade, bottiglie, sassi, fiori, conchiglie, barche in miniatura, libri, barattoli, cuscini, vasi di vetro, piantine in sospensione, affidate a giochi di corde, teiere di porcellana… Finestre bazar, a strati: fette di torta alta con la panna in cima.
Come se alla luce si offrisse il meglio della casa, si presentassero ospiti ed  amici: accoglienza profumata di cannella.

Ho visto tanta gente.
Era tutta al mercato del pesce di Bergen.
Tutta la gente di Norvegia.
Massaie e marinai, portuali e balenieri, boscaioli e falegnami, perdigiorno e banchieri.
Si era data appuntamento lì, fra pelli di lupo e salami di balena, fra gli odori del mare sottovuoto e delle spezie, fra insegne vecchie di legno e una confusione di famiglia.
Era in cerca di sapori e voci.
Si rosolava al sole e lo succhiava con gli occhi e con la pelle. Per conservarlo, come un tatuaggio.
L’ho salutata tutta, la gente del mercato, con un sorriso.

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