Occorre pazienza con la lana da cardare, perché è tutta costipata e infittita.
Stoppa.
Come la coda di un cane spinone che ha preso la pioggia e ne ferma anche l’odore. Ma, aperta e ben pettinata, fiorisce bianca, in mano, e svapora; tiene dell’aria e del cielo, non della terra, non della terra e neppure dei suoi nodi duri.

La Stelìna, quella che abitava alla Stazione Porto, giù dall’argine, cardava la lana per i materassi e per le trapunte, sul marciapiede della stanza dietro.
Lavorava fuori, finché si poteva, perché la lana fa polvere, tosse e anche pidocchi, del caso.
Sotto una pergola di clinto che maturava strizzando la saliva e macchiando le mani e la bocca.
Lì stavano bene anche le ortensie.
La lana aspettava in sacchi imbioccolati e leggeri, poggiati contro il muro, con le ombre di verderame, che sa consolare le crepe delle case vecchie e le viti, in un solo colore.

La Stelìna lavorava seduta ai pettini coi denti di ferro, la schiena che dava al muro, così guardava i fiori.
Dalie, soprattutto.
Perché più in là, per uno strano gioco del sole  e dell’argine, c’era una luna di luce gialla giusta per le dalie: due file curve di bulbi che a settembre davano il meglio, barattati e impinguati d’inverno e messi a covare nella torba.
La Stelìna era la vecchia delle dalie.
Le davano burro e vino per il bulbo della dalia rossa che si stingeva ai bordi, quasi il colore non le bastasse per arrivare più lontano. Nel viale, lì vicino, tante avrebbero voluto i bulbi delle dalie arancio a nido d’ape, fitte come mammelle, o almeno quelli delle dalie rosa rosa che stellavano e tenevano una punta di giallo intorno al bottone.
A chiederle non diceva né sì né no, ma gorgogliava in gola una risatina di soddisfazione, che si perdeva in un pi pi pi di vecchio tacchino inorgoglito. E cardava di braccio svelto, dopo, quasi dovesse capitozzare un fiore appassito con un tocco adunco.

Dentro casa,  la luce era verdina come la banca dell’argine, con certe traversate di chiaro malfermo.
Non che avesse altre stanze, la Stelìna.
La camera interrata, che dava sul cortile, era la sua casa, dentro quella grande della donna giovane, malata.
Una credenza attaccata al letto e la finestra rugginosa, a scaglie piccoline.
Una fetta di casa in basso, intonacata all’argine, con tre radicchi.

La bambina della donna malata stava del bel tempo lì con lei.
A imparare il pastone per le faraone, il verso dei pulcini, il gioco a inferno e paradiso (carta a cappuccio sulle dita), mentre sua madre moriva, nella stanza davanti, al piano alto, per certe non volute simmetrie che il destino chiama a separar le sorti.
Il marito della donna giovane a far da fabbro sul davanti della casa, vicino alla cucina vuota.
La Stelìna a cardare la lana, dietro.
La moglie a morire di sopra.
La bambina a infilzare i luoghi, con la corsa. Porte spalancate e improvvise.
L’alto, il basso, il davanti, il dietro.
E i pensieri cucivano le diagonali, dentro il quadrato, salivano su per le scale, socchiudevano le finestre, cacciavano una mosca, guardavano la bambina e i pomodori, portavano un odore e un bicchiere d’acqua, piangevano, a volte. Piangevano.

Bastava allora far parlare il pettine con voce più alta, sul dietro, e tirare tirare con forza  i denti di ferro.
Bastava quello per non sentire i lamenti dell’alto e far cantare la canzone della lana che viene fuori leggera come le corna di una lumaca. E rotola per terra senza fare rumore.
Bastava  artigliare i biocchi di lana, graffiarli, scorticarli con la rabbia nelle braccia. Ferirli, stesi sull’asse coi denti in su, con gesti che scendevano e salivano, uguali e contrari.
Quasi fossero la malattia.

Ci sono giorni d’estate che le cose sembrano sagome di cartone col piede ripiegato.
Ferme ad aspettare che una palla di stracci le butti giù.
O un respiro.
E allora un verso di cornacchia o il fischio della bettolina in Po sono un sasso che gratta il silenzio.
Ché la vita o il suo doppio ha un modo di farsi sentire, aspro di susina verde e punta di ago.

Il grido arrivò breve nel silenzio seguendo la squadra delle scale: si fermò sotto il pergolato e lo abitò un momento. Disse delle cose.
Non erano ancora fiorite le dalie, neppure quella screziata di giallo, neppure quella rosa e basta.
E non era più tempo d’ortensie.

Bisognò insegnare alla bambina il gioco dei fiori di lana cardata.
Lì fuori.
La lana già pettinata, stemperata con le mani e premuta.
Così docile.
Dischi trasparenti e ovali.
E cordoni senza spine.
A fingere rose.
Rose rampicanti, per salire al piano di sopra.
Tiepidi fiori di mani lente a diventare un vestito, sul vestito che non cambia più.
Per salutare, non per trattenere.

Si sa.
Che la vita è una tela tesa su quattro paletti e, se un paletto non tiene, c’è niente da fare.
Se un paletto non tiene la tela torna indietro, si arrotola sugli altri.
E, in questo tornare, cosa resti dentro, appiattito e nascosto, non è dato sapere.
Ombelico segreto o grumo vivo, moscerino o bambina, poco importa.
Si sa che è da proteggere.

Occorre pazienza con la lana da cardare.
Un fiore di pazienza.

È la prima stesura di un racconto (‘A fiori’) comparso, a suo tempo, su Sacripante!
La Stelìna continuò a tenere la bambina, come fosse sua.
Perché la cura non è uno sforzo: viene da dentro e non conosce altra strada.

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