Qui da noi c’era una vecchia minuta, dai modi gentili: capelli raccolti con l’onda, incarnato di cera giallina, caviglie un po’ grosse.
Mai un tono più alto, mai una nota nervosa o una parola di troppo.
Restava padrona della casa dell’angolo e signora del muro che costeggiava la strada, con gli anelli di ferro scurito.
La pietra grigia cintava bocche scure e sterrate, tettoie aperte e antri senza porte. Un tempo il marito, lì, dentro e fuori, ospitava carrozze, cavalli e carretti. In odore di cuoio, di corda e di fieno.

Ma il tempo si mangia cose e persone.

La vecchia minuta reggeva, in deboli solitudini.
Ora, il giorno di mercato, camicetta bianca con spilla sul petto, davanti al portone apriva un banchetto: scatola di ferro, biscotti osvego, come scrigno di numeri.
Ospitava biciclette, nel vecchio stallo, senza  più carrozze, cavalli e carretti. Senza più signori e contadini col cappello.
Biciclette.
Con bella maniera, ordinata e pensosa, da guardarobiera dell’Opera, le prendeva in consegna, decideva sicura uno spazio, legava con lo spago un numero al manubrio, e in perfetto italiano diceva : consegna prima dell’una, altrimenti…e le mani disegnavano un segno imperioso, di perfetta regia.

Ché si è regine di dentro.
E i modi restano.
Anche in mezzo alle ortiche.

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