C’era una bottega vecchia di ceramiche, nella strada sghemba.

Chiedeva scusa, nei giorni d’estate, per il sole incollato alle vetrine, per il caldo che, qui da noi, viaggia basso, all’altezza della gola e tira su gli odori di terra e di selciato. Come fosse olio giallo. Appiccicoso.
Gelosa del portico di fronte, caro ai clienti per certi abbracci d’ombra e abbagli di frescura, la bottega vecchia abbassava contrita la sua tenda e domandava acqua fresca sull’assito.
Schizzata da una boccalina azzurra. Per mano di padrona.
A tener buone polvere e calura.

Sapeva di piazza, l’acqua su quegli assi, di selci vissute e passeggiate, di cani a zampa corta, pelo bagnato e tiepido.
E sapeva di fiume, di riva selvatica al chiuso dei cespugli, di transiti di tinche e lucci nel fango, di vilucchio pestato.
Odore di zampate arancio.
Acqua non asciugata al sole, ma  poi risucchiata al fondo, dal  calore.

Pure, disegnava un lontano.

Allora pulivi i piedi ed entravi con un po’ di soggezione.
Come pestare tanta grazia in forma di arabesco?
Roba da cielo o mare, non da pavimento.
Mappe di isole segrete, costellazioni a spruzzo, trine di macchie, su passi di muti minuetti.

Una semina di dita delicate, una semina d’acqua e cortesia.

Nel silenzio di stoffa, scodelle a piede alto e damine di gesso pitturato diventavano regali del destino: tanta bellezza finita lì per caso, per accontentare un desiderio bambino…
Sembra vera, neh? Una meraviglia. Sì, costa un po’, ma piacerebbe anche a mia figlia…

Così compravi e ti sentivi addosso il bene di un’inattesa sorellanza, di una figlitudine adottiva.
E il fresco germogliato da un’antica gentilezza.

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