Ci si lascia convincere, qualche volta, a brevi incursioni fuori territorio.
Dagli amici.

Fra certe colline vicine, basse e piallate, per via delle vigne.
Colline indecise fra il restare a terra o prendere un po’ di slancio.
Con macchie di ruggine a mezz’aria.
Quest’ inverno, che non viene, consente indugi di sole falso e foglie d’ottone. Son rimaste quelle delle querce, fra i vapori. I pioppi se le son giocate al vento.

L’aria è dolce, come quando si dice ‘è l’estate di san martino’.
Anche l’iperico inganna.
Col suo giallo lucido, di ranuncolo cresciuto.

È fra curve e vecchie corti coi muri, il posto.

La stanza è alta, travi scortecciate.
Assorbe chiacchiere, parlate e rumori di stoviglie: li porta su con becco di cicogna, poi non li tiene.
Sui tavoli cade a onde questo gorgogliare diffuso e ineguale, che sa di vino cabernet, di ossa di maiale, che appannano i vassoi, e di rosario: portate in fila indiana e tiritera recitata dalla cameriera.
Non si sceglierebbe, pur di stare a sentire e rimanere ostaggi di questo tepore parlottato.
Intorno, in alto, ovunque è cadenza di morbido dialetto  in cantilena: è nuvola di bombici. Non greve, non greve. Solo qualche schizzo acuto di risata, ogni tanto.

Il pensiero è in esonero totale.
‘Vivere vorrei addormentato/ entro il dolce rumore della vita ’ suggerisce il poeta.
Così è. Un cedevole galleggiamento.

“Ghe darìa un baseto”, mi dice un signore anziano, coi capelli bianchi, al tavolo vicino alla porta.
Sarebbe sicuramente un bacio a elevato tasso alcolico.
Sorrido, mentre un braccio protettivo mi orienta verso l’uscita.

Si sta bene.