E poi c’erano mattine di ragazza, col sapore di schiacciata bianca. E odore d’inchiostro di giornale, intorno.
In quel periodo vuoto di lezioni, come sapeva essere l’inizio di giugno.
Niente università, niente treno per Bologna (neppure una calza smagliata all’ultimo momento, da cambiare, da cambiare di fretta, scie di cassetti aperti e appunti sparpagliati).
In quel periodo vuoto di lezioni solo c’era da raccogliere le idee per far gli esami. Studiare e basta, senza viaggi e città attraversate al volo.
A casa.

Si profittava della stanza fuori, allora: dell’orto che aveva siepi e muri. E alberi, anche generosi.
Perché l’aria del mattino sveglia così a modo: la pelle risponde, prima chiede lana, poi trova il suo star bene. Vanno a posto pure  le parole. Se escono da un libro, a voce alta, sembrano finte, lì nell’aria. C’è bisogno di cambiarle, di farle familiari, in mezzo all’insalata e ai tegolini, col gatto che fa pane sopra i piedi.
Storia romana sullo sdraio, all’ombra d’albicocco. Raccontata con le a aperte, con le e lunghe e strascicate della parlata nostra. Storia più vegetale, ecco. Con le guerre ripetute a battileno, a bigliettini appuntati alla corteccia, nonostante il Giannelli Mazzarino.

E poi tornava la Rosa miamamma, dalla spesa in piazza.
A metà mattina.
Giornale e focaccia ancora calda. Vuoi con cipolla, vuoi con rosmarino.
Richiami grandi per mio padre: subito in cucina, lui, col suo odore buono di pulito, fresco di barba appena fatta. (Mattine regalate in casa, nei giorni di partenza al pomeriggio)

Parcheggiata storia romana sotto l’albero (tortore vigili sulla siepe di confine), mi prendevo il mio tempo di chiacchiere e conforto.
Politica applicata. Attorno al tavolo con il mondo sotto gli occhi, spiegato sul giornale.
Si smezzava per guardare in proprio, ma con l’occhio alla pagina ceduta.
E la focaccia chiamava un po’ di vino.

In cucina abbiam rifatto il mondo tante volte. Tenuto insieme con ipotesi a noleggio: salvato e ripulito. Trame di se per mettere le cose a posto.
Io con Ingrao, lui con Berlinguer, sui passi della terza via.
Avrei voluto sapere tante cose, spiegare bene tutte le mie idee, ché si fa presto a dire massa, ma… Mio padre mi ascoltava quando, infervorata, toglievo dalla tasca trenta verità: in fila, rosse e  tonde, perfette nella loro identità.
“Finchè si parla va bene, ma le idee han bisogno di braccia e gambe, -sorrideva- bisogna farle camminare e toccar terra. Te, ti capisco solo io: non lo sarai mai un quadro di partito.”

Non ci restavo proprio male: solo con gli orizzonti un poco sgonfi e la cornice a pezzi…
La Rosa miamamma radunava i fogli dei giornali, raccoglieva le briciole un po’ unte e le metteva sul davanzale per i passeri.
Briciole po-li-ti-ciz-za-te– diceva, e mi strizzava l’occhio.

Ché, io e lei già lo sapevamo…
Far camminare le idee?
Farle volare, veh…

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