(accompagnamento da spiraglio di Camillo Sbarbaro)

Mi è venuta voglia, stamattina, di accompagnare Sbarbaro e di farlo  attraverso lo spiraglio di una poesia.
Complice la lettera di un antico allievo-amico, è tornata, improvvisa e avvolgente, la fascinazione di un testo dimenticato: ‘Non, Vita, perchè tu sei nella notte…’

Potrei dire che mi è caro questo componimento perché amo le rose: tutte, da quelle di Campana a quelle di Borges. (Ad esse appendo e affido l’intempestività dei miei tempi)
Potrei dire che mi è caro perché coniuga il desiderio con la tensione all’infinito: mai disatteso, mai compiuto. O per la coscienza dolorosa del limite e del residuo, intravisti in una manciata di mosche o nel riflesso di uno specchio. O, ancora per la risonanza di quella fiammata-vita, bagliore isolato nel buio.

Eppure io amo questa poesia soprattutto perché è un canto d’amore.
Ritardato e rovesciato: chiamato ad attraversare, come in una via crucis, i ponti del negativo, le stazioni della sofferenza, quasi in sospensione sulla corda tesa dell’ iperbato, che confina/confida, solo all’ultimo verso, la sua dichiarazione.
E allora pare quasi che tutto il componimento abbia trattenuto il respiro, nell’attesa di una rivelazione, di una decisione di rotta, di una fioritura finale:  quel ‘t’amo’, miracolo tardivo che esce dall’ ‘amaro’, dal mallo della vita stessa.

Così viene da pensare come  in questo viaggio costantemente fuori tempo rispetto alla meta, in anticipo o in ritardo rispetto ai sogni, in questa congenita aritmia dell’esistenza, esperta nel compromettere coincidenze e nell’alimentare estraneità, si possa srotolare senza animosità il filo delle prove e delle emergenze, e brucare, con la lentezza mansueta della pecora, ‘la felicità grande di piangere’ e ‘la tristezza eterna dell’Amore’.
Nelle pieghe di ogni ossimoro.

Non, Vita, perchè tu sei nella notte

Non, Vita, perchè tu sei nella notte
la rapida fiammata, e non per questi
aspetti della terra e il cielo in cui
la mia tristezza orribile si placa:
ma, Vita, per le tue rose le quali
o non sono sbocciate ancora o già
disfannosi, pel tuo Desiderio
che lascia come al bimbo della favola
nella man ratta solo delle mosche,
per l’odio che portiamo ognuno al noi
del giorno prima, per l’indifferenza
di tutto ai nostri sogni più divini,
per non potere vivere che l’attimo
al modo della pecora che bruca
pel mondo questo o quello cespo d’erba
e ad esso s’interessa unicamente,
pel rimorso che sta in fondo ad ogni
vita, d’averla inutilmente spesa,
come la feccia in fondo del bicchiere,
per la felicità grande di piangere,
per la tristezza eterna dell’Amore,
per non sapere e l’infinito buio…
per tutto questo amaro t’amo, Vita.

(Camillo Sbarbaro)

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