(divagazioni su stanchezza e affini)

Sto lavando i piatti, piano.
Col destino appollaiato sulla spalla.
Lo sento.
Vecchio condor da secchiaio.
Come l’orologio che canta con gli uccelli, alle mie spalle.
Conosce la voce delle ore che verranno.
Chissà se ride o piange.
Sa già tutto quello che non so.
Io so soltanto che son giorni a  svolte già decise, a pieghe precise come solchi.
Sensazione di un incombere del tempo: più che un’attesa, un prolasso temporale.
Un non accogliere l’idea che un guizzo libertino traversi le cose e le seduca un po’.
Le cose van per conto loro.

E allora…

L’abitudine, da brava supplente dei pensieri, catena i gesti.
Il formaggio, già orgoglio della pasta, ora insiste sul piatto.
Non mi asseconda. Vuole rimanere.
Lode, con plauso, alla persistenza del gommoso.
Occorrerebbe sfregare con piglio e decisione.
O lasciare all’acqua la forza della permanenza. Qualcosa smuoverà, potendo.
Vada per la seconda opzione.
Acqua sulle cose, che ammolli e porti via.
Felicità del condor, stupito della mia cedevolezza.

Ma intanto giù dal lavandino vanno scrutini, prospetti, livelli con certificati, risposte un po’ sgarbate, “un non sufficiente io non lo tolgo, no”, un vento furibondo scoppiato all’improvviso, “il registro va riconsegnato”, schiuma, tanta schiuma.

Collezioni di sabbia.

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