Il padre era già di sotto, in corte, ad aspettare.
Bicicletta lustra, catena ben oliata dentro il carter.
Il cambio di vestiti legato al portapacchi.
Ché una promessa è una promessa.
Sempre.
E il ragazzo se n’era uscito bene dalla scuola tecnica inferiore.

Quattr’anni quattro, e tutti in bicicletta, per prender le lezioni.
A mangiare strada e freddo, sull’argine, che era più sicuro, ma con l’argilla molle a far manina viscia sui cerchi delle ruote. Ad impastarle, eccome.
E certe nebbie, poi: intasavano i polmoni, neanche fossero fumo di toscano.
Se il tempo era brutto brutto, lo compagnava là, alla Ca’ triste, dove l’argine è una biscia d’acqua e la mota porta fino a riva.
Quasi gli pareva chieder troppo a quel figliolino magro e lungo, le spalle strette, la bocca dolce.
‘N uslin dal fred, a beccare il ghiaccio, muto e testone.
Il padre se lo guardava, nel mattino, sparire fra i pioppi a parete, lungo i lati: quasi lo avrebbe spinto con un soffio.
Ma non c’era verso: a scuola si doveva pure andare. Per imparar le case. Ché, se uno fa le case, fa anche i caseifici, ecco.

– Dai che se finisci, poi si va fino a Gorizia. Noi due in bicicletta. A vedere i posti della guerra. Con un vestito nuovo e la Bianchi di tuo fratello Gi.

La scuola era finita.
Coi voti giusti per andare.
I vestiti pure. Uno anche per Gi, ch’era già grande e cercava le ragazze, ora: la Dina non faceva differenze. Un fresco di lana pagato con il burro e la stoffa portata da Rienzo. Quel bel nocciola che sta bene agli occhi e tira fin l’autunno.

Partirono nel fresco del mattino, di un giugno che prometteva sole. Presto, per non stare a salutare e sentire consegne e lamenti di chioccia alle spalle.
Il padre già avanti, il ragazzo arrancava dietro, nel vestito da uomo appena messo.
Fischiava, il padre. Un “va’ pensiero” chiaro, che liberava l’anima e il naso.
Per l’argine di principio estate: coi ciuffi di erba cavallina e salcerella rosa, e le lenzuola  stese, nei banchi di golena.
Fischiava e poi fischiava, il padre.
Ma il figlio non coglieva.
Dava la voce, il padre.
Così accogliente l’aria, così largo il Po, così bello vedere fin lontano…
Dava la voce e poi dava la voce, il padre.
Ma il figlio stava zitto.
Il padre allora si fermò al Ponte dei Tedeschi e si girò: se lo vide pallido e sudato.
– Vien giù, che ti guardo bene. Ma fai tanta fatica?
Il ragazzo pareva sotto la grinfia di un cappone, col vestito che gli cadeva addosso, mani sparite sotto  le maniche, spalle a spiovente e pantaloni a fisarmonica a coprir le scarpe.
, disse piano.
Il padre rise.

Addosso, a cascare come pioggia, aveva il vestito del fratello grande.

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