Lo aveva rubato lunedì.
Perché il lunedì era il giorno giusto.
Specie la mattina.
Quando il fattore andava per Ostiglia, a portare la vecchia dal dottore.
La vecchia Desolina: coi dolori e i lamenti nella voce. E dentro il nome.
Col millecento nero, lustro. Olio di gomito dell’Ilda e quanto mal di vita nelle ore piane della festa.
Purché non ci fosse da ridire.
Purché.

C’è che la signurina aveva un carattere brusco, d’uva spina.
Sempre a chiamare, sempre a comandare, a dir che no, le cose si facevano altrimenti.
All’ordine teneva: un obbligo in veste d’accoglienza.
Quasi dio venisse tutti i giorni a farsi un vermouthino lì, vicino al letto.
Che mai la trovasse con la camicia storta.
Che mai, sulla scala di legno, inciampasse in un gatto di polvere a piumino.

La Ilda se la scarnava col sapone, quella scala bionda, e con la spazzola: a secchiate di acqua calda.
La vecchia non se ne stava quieta finché non sentiva la terza rovesciata.
Dal letto sapeva la schiuma che grondava e lasciava, a  gocce bislunghe, lo scalone.
‘Ssuga ben, ché l’acqua ha fame di tutto e il legno se lo mangia’
Così restava nell’aria un ché di ben pulito, d’assi da bucato, ad annodare il sopra al sotto.

Il letto freddo della Desolina era cassa e timone, registro di anatre e pulcini, di sacchi di farina del mulino.
Era piazza di liti con il prete che smangiava i confini a fil di vanga.
Tavola, salotto e scrivania.
Mica  camminava più, la signurina: vecchia com’era, c’era troppo rischio a pencolare su quelle gambe secche, che eran sempre state debolezza. La malattia.
Restava a letto.
Il fattore se la prendeva in braccio, il giorno del dottore, con muta pazienza allevata nella stalla: quattr’ossa di bambina e aceto, e uno sciame di moschini, pieno di acrimonia.
‘Oh ma fa’ ben piano. Se vuoi che muoia, molla pur le braccia, ché forse c’è meno da patire’.

La Ilda lo rubò col cuore gonfio, lei che neanche un uovo, neanche un bruscolino in tanti anni di servizio s’era messa in tasca.
Invece, sparita la macchina alla curva, spalancò l’armadio, un armadio tutto di ciliegio, grande che pareva quello della chiesa.
L’aveva voluto in bella vista, la Desolina, proprio di faccia al letto.
Dozzine di lenzuola da telaio, spettacolo di mani e di pazienza, che la vecchia guardava e riguardava, contava e ricontava, nei pomeriggi brevi dell’inverno, con la sera piantata alla finestra.

La Ilda aveva il piciacor, che è peggio di una spina sotto l’unghia: tutto il sangue chiamato dentro il collo a tamponare il fiato.
In piedi sulla sedia, col nervo delle gambe in tiradora, a smontare la pila dei lenzuoli in alto.
Se ci trovo un grillo lascio tutto, si diceva per cercare un segno che sapesse muovere il destino.
Se ci trovo almeno una mangiata…
Se mi viene un crampo nella gamba…

Ne rubò uno, di lenzuoli. Uguale a tutti gli altri.
E ne tagliò un secondo: una beccata di forbice alla tela e, con le mani, uno sbrego diritto e fenditore, che spaccava mondi e silenzi. Per farne due, di lenzuoli, coi giornali dentro, a camuffare la stoffa che non c’era. E a far tornare il conto.
Poi, in fretta, rimise tutto a posto.
Col tremore stavolta nelle mani, rosse che pareva di vergogna.
E il magone per la figlia sposa, di lì a una settimana, con l’armadio che piangeva dote e neanche contava fino a sei.

‘Ilda’, chiamò la signurina, per fare intendere che era già tornata.
Il fattore la mise sul suo letto, il lenzuolo con la piega aperta, i cuscini dritti, come piaceva a lei.
‘Non si muore per questa settimana. La chiesa è per tua figlia. Va’, prendi un lenzuolo, che se lo goda lei. No, no adesso, quando non ci sono. Così rimane in ordine.

La Ilda disse un grazie, con la voce molle.
Nella testa un senso di cicala, a fare confusione.

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