Era un’ora da uscire a malincuore.
Con quel sole a ombra breve: esangue e senza piede. Un’ombra conficcata diritta nel terreno.
E le cicale.
Le cicale sono una trivella e sanno un’unica canzone: la senti fino al  cuore, che s’intorcìna tutto.
Poi sulla pelle. Te la strapperesti, come fa la biscia con la buccia, per lasciarla lì, alle api e al vento.

Non era sicura di volere andare.
Un po’ per la fatica di fare tanta strada, sola.
Un po’ per il buio che lavorava dentro. Come una prova: salire in alto, volare su un nido arruffato di cornacchia. Poi, di colpo, perdere le ali.

La strada era di polvere. Lunga e bianca.
Si legava ai pedali, quasi avesse i denti.
Per scapparle occorreva andare forte con la bicicletta. Il sangue friggeva nelle braccia: si alzava sotto velo, in un bruciore di lievito e sudore.

La strada era come fra muri.
La ferrovia da un lato, al sommo di una monta di cascami. Le tife a nascondere a nascondere, con le testine dure. Cattive. Odore di macero morto, nel gambo.
E, di faccia, all’altro lato, il campo. Picche di granturco scartocciato: una parete fitta di schiocchi e di squittii. Sapeva farsi mano, mano da taglio, e prendere improvvisa, fra occhi addormentati di pannocchie.
Il frumentone ha sempre le sue storie: di bambini inghiottiti e più tornati, di scarpe vuote sulla porta del fosso, di donne uscite con la pancia grossa senza saper di chi, ché non basta l’ulivo benedetto crocifisso ai margini del campo.

Ma.
La medicina era rimasta sulla tavola e il padre già in campagna.
Nella corte, oltre la strada lunga fra i muri.

Proprio il giorno che la madre col bambino aveva preso il mattino la corriera. Per tornare la sera.
Guarda che lui  prenda la pastiglia, la madre aveva detto, sistemando la camicia del bambino.
La figlia, un sì con la testa e intanto la guardava: era bella la madre in quel momento, la sottana docile sui fianchi e ben tirata dalla piega dei ginocchi. Con quelle forme morbide e piene che le madri rivelano, improvvise, quando si chinano ad altezza di bambino. E il corpo grande si fa più piccolino, ma in un gioco di carezzevoli fattezze.
Tutta la bellezza promessa dal mondo, lì: matura.

La medicina era rimasta. C’era da portarla, anche se il sole, anche se la strada, anche se l’ora.

Almeno non fosse morto, pensava la bambina.
Almeno passasse il treno.
Almeno il granoturco stesse fermo.
E il caldo le saliva per la schiena e le cercava il collo.

Poi nella corte vide.
Era una macchia nera sotto la barchessa. Di sangue vivo e raggrumato. Una macchia grande e silenziosa. Di respiro strano. Un groviglio di fessure verdi, a tratti.

Il padre apparve dietro, con occhi curiosi, come di sorpresa.
La vide muta e ferma, sulla bicicletta.
Indovinò lo sguardo e batté le mani: la macchia si sciolse in tanti gatti neri.
Anche la paura.
Sono selvatici, disse, allungandole un mestolo d’acqua del secchio.

L’acqua dei padri.
Come sa esser fresca.

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