“Questo stare bene. E’ così stare bene.
stare molto bene è così come ora”
(Mariangela Gualtieri, Senza polvere Senza peso)

C’è da pensare a una Bonifica del secolo scorso, allungata e specchiante, con i fregi di ghisa, di quando il liberty sapeva coniugarsi col lavoro.
Il Po è di là, nella stanza bassa e fresca. La sera se lo mangia.
Fa buio presto, ora, e le fiaccole tornano ad essere quello che sono: non decoro ma luce.
I gradini da salire sono tanti e il corrimano è gentile.

Dentro la Bonifica, una persona minuta e sottile, che fa pensare al grigio di certe perle luminose.
E alla semplicità.
Una donna.

Dentro questa donna, una forza che spunta da una mano (non grande, aperta a conchiglia), brilla negli occhi e poi fiorisce nella voce. Rauca morbida bassa vibrata. Come raschiata senza sforzo. (Un sasso, dentro?) O carnosa, forse. Al punto che tu scopri, all’improvviso, quanto sappia essere sangue, la voce.

Dentro la donna, la bambina che sa  il dolore dei grandi e dei piccoli, il grido murato, la tosse, il fallimento e il volo incerto.
E dei piccoli, nel letto dei piccoli, conserva la pietà e la fede: nei giuramenti e nei sermoni, nei sortilegi e nei gesti che salvano.

Dentro la voce, la poesia.
Una poesia che parte su file di parole formiche, poi si gonfia, lievito di pane, vola, guarda le mappe siderali, questo ‘mondìno sghembo’ e i fiori, uno scenario storto e l’ ‘orlo/ del cominciamento’.
Con l’accoglienza antica dei grembi e delle mani.
Così schiusa, la poesia s’abbassa, ad avvitarsi ai cuori: entra e rivolta come un guanto.
Per fermarsi nel lustro che si annida nell’angolo dell’occhio.

Mariangela Gualtieri.

Due ore fa, qui.