Un cielo giallo, ieri mattina, e un vento stralunato, caldo e lento.
Il cielo lì per dire pioggia, ma in certi slarghi forse aperto al sole.

Piacciono ‘sti giorni imbozzolati, che non sanno bene dove andare: bisbigliano amor di clausura e insieme voglia di scappare, giusto per inseguire uno squarcio verticale, una radura azzurra  verso oriente.

Sì è usciti, a mezzogiorno, per non lasciare niente d’intentato.
Per la strada che va di là da Po, vivaio di poiane arcigne al palo e di aironi piantati a bordo fosso.

A guardare le case che muoiono d’inverno.

La linea del tetto che si ammolla, quasi il tempo picchiasse sopra il collo.
La trama che poi cede in crolli silenziosi. Caverne d’aria scoperte di mattina, senza testimoni.
Case vecchie e vuote, forse sorrette da geni solitari, come certi altarini campagnoli con l’ulivo scampato ad ogni fiato.
Tutte uguali.

Eppure, sui coppi in resistenza della corte lunga, un’apparizione.
Non macchie d’umido fiorito, non  muschi fumigati.
Un biancore a placche: discreto e palpitante. Spalmato sopra il tetto. A partire proprio dal crinale.

Colombi. Una colonia di colombi.
Gonfi e accartocciati.
A sorbire quel filo di sole inesistente.
A godere di quel tetto senza crolli.

Come certi pensieri del mattino, rotolati dal buio e notti inquiete.
Cercano la luce, sul tetto della nostra parvente realtà.

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