Abitava in mezzo alla campagna.
Cugina di miamamma, che la sentiva suora dentro e in armonia con gli angeli, perché suonava il piano.
Allora c’era da imparare. Il piano, dico. Ché mia mamma già pensava ai cori, io e lei a quattro mani, più i gorgheggi.
Ma.
C’era da andare al paese vecchio. In corriera. Con degli orari strani.
Bisognava aspettare la fine delle scuole.
(La corriera calda del primo pomeriggio, con l’odore di grasso del motore e di cane  mal asciugato  al sole. La morgana d’acqua sulla strada. Io da sola, biglietto in mano: scendere alla fermata giusta, musica da bambina sotto il braccio)
No, che non volevo andare: la maestrona era di fiato corto, con la faccia un poco molle e quei pallori sfatti di gonfiore e di perline.
Sudava, sudava tanto: una luna scura sotto l’ascella, camicette impiccate al collo, di cotonina chiara..

La corriera si fermò sullo stradone bianco: c’era un po’ da camminare, per andare oltre il cimitero.

Cosa fai qui, disse il custode vecchio, ch’era parente.
In corriera. A salutare il nonno, e indicai la tomba grigia con il dito.

Un pomeriggio fra  marmi e capitelli. Senza paura. A leggere scritte e fotografie, solo col disagio, al fondo, di una bugia a metà.
Poi le viole corvine, quelle piccole e tardive che non sono di nessuno. E le bocche di leone gialle, nelle crepe dei muri di cappella.
Colte e disposte qua e là, per inventare storie d’amore fra nomi belli e lontani, a sposarli fra loro e fare su famiglie, con gli angeli custodi.
Per tutti lo stesso fiore.
Un pomeriggio passato a rassettare ghiaie, insieme al vecchio Sesto. A ripassare d’argento fregi e catenelle. Con il pennellino.

Miamamma non poté sgridarmi: ritrovata viva lì, in un posto di quiete e di silenzi.
Lì, che mai poteva accadere di cattivo?