C’è un posto, un po’ più in là, verso il boscone, con gli alberi in croce.
Un braccio di fiume dove un incendio ha impalato i pioppi e la terra s’è sorbita l’acqua.
Ci hanno pensato le radici vive ad asciugare, con tempi lunghi e rigurgiti di talpa: barriere basse di false zucche avviticchiate e fitte.

A ricordare le onde restano lembi di distese nude: crespure strascicate, umide ditate di fiume sull’argilla.
Terra materna che accoglie e non respinge.
Tiene sulla crosta una memoria di trilli e zampettii.
E resti di rami: gesti di alberi fermati nel gesso della malta.
E garbugli di vecchi tronchi, venuti a morire qui, come derive di scontri e di correnti.
Fra ragnatele di fango e brandelli di plastica indurita.

E’ bianca la polpa degli alberi morti, col livore di vene di liscivia. Pare tirata a pomice, ma senza più splendore.
A contrasto, intorno, il verde che rinasce, gramigna che si confonde al grano e cresce e muta.

Così assoluta, invece, questa secchezza che non ha più saliva né nebbia per confondersi e mentire.
Non cambia, non si trasforma più, mentre intorno eccede primavera
Ed è dolente questo invariare asciutto, come di terra tradita e spenta.