C’è un’ idea bella in giro.
E leggera.
Infatti sa di nuvole e di parole.
Le nuvole sono il prestito di penne, matite e inchiostro: vengono dal cielo del fumetto, che sa essere cilindro di forme e altro.
Le parole arrivano dai monitor, a passi diversi, su filo di blog: da carte sottili, dunque, sempre sul punto di cancellarsi o di accartocciarsi, perché il vento della precarietà soffia in ogni direzione e disperde.
Ecco, ci voleva  qualcuno disposto a ‘trattenere’ per brevi tangenze questi transiti e ad annodarli: nuvole e blog, l’arte del fumetto e le incursioni della parola nei mondi possibili.
In una avventura nuova: questa qui

fusione tra scritture in rete e fumetto

(in)fusione di blogscrittura in fumetto
per togliere steccati e sciogliere confini

 Alcune schegge di scrittura sono state ‘adottate’ da artisti meravigliosi, per provare e dare il senso di cosa possa nascere da questo incontro fra segni che si (ri)conoscono e fanno un tratto di strada, insieme.
Per tutti, blogger e artisti del fumetto, un’occasione per un concorso sui generis.
Per me l’emozione di vedere, con altri occhi, questo micro ‘passaggio’:

Per dire

Per dire come sa essere la campagna, qui, occorrerebbero metri di filo steso, balle di stoffa spiegata e stirata con le mani, senza l’aria a fare gioco.
Bisognerebbe pensare in orizzontale, fermarsi allo strato più basso e scrivere scrivere scrivere su un’unica linea.
Pensare in piatto e in giallo, anche.
Perché pure il giallo è  orizzontale, qui.

Si è preso la terra.

Gronda nei fossi, come certo olio denso e lento, che cede alla forma delle cose, e costeggia la ferrovia, in uno slargo laterale: scorre in basso, senza slanci.
Se ne sta qui, borioso per un niente (un giallo da trombe sfiatate o cornucopie vuote).
Dove non ci sono i campi di granturco, restano solo, incerte e schiacciate, delle stoppie corte.

Pare essersi mangiato gli uomini, come formiche, e averli nascosti in questi rotoloni che hanno scorticato la buccia della terra per farne paglia.
Rotoloni metafisici.
Fitti, in linea d’aria con la pieve vecchia, in fila indiana lungo la ferrovia, in splendido isolamento e disordine al centro della campagna grande.
Silenziosi e stupefatti, lascito o pedaggio.
Sono un nuovo paesaggio d’attesa: disegnano radure e direzioni allo sguardo.
Fosse caduto il sole, potrebbero essere le sezioni robuste dei suoi raggi da polipo.
Fossero i tronchi di antiche colonne, potrebbero essere i resti di un tempio selvatico.
Sogno di un verticale cui dare forma.
Piace pensare alle preghiere che avrebbero accolto, mentre i cuculi battono gli anni da rincorrere sulle dita, per non perdere il conto.

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