Aveva un che d’insinuante ortica, il freddo.
Una frusta a zig zag, nella notte che diventa mattina.
Cieli cinesi e cavi: solo infilzati dalla galaverna dei salici. E dal silenzio dell’aria pulita.
(Stelle vicine e lucidate)

Batteva ai vetri, il freddo.
Vi restava impresso con zampe di passero. E a sperderlo non bastava il palmo della mano.
Poi, unghia su lavagna, una bicicletta schiacciava i cristalli sull’asfalto. Uno sfrigolio croccante come, dopo una gelata, la voce di certi panni, scordati fuori ad asciugare.

Era a malincuore che l’Alida saliva su dal basso, dopo avere salutato il suo uomo.
Per la scala stretta del Macallé, che non era casa di ringhiera, ma formicaio di stanze e di destini, a riviera di strada.
Un’unica biscia di gradini, ripido spartivita fra sonni diseguali dietro le porte chiuse.
Le bambine dormivano in alto, sotto il tetto.
Di questo era contenta, l’Alida, quasi che il sonno venisse preservato da tossi e catarri di varia umanità, da ogni ascolto che fa pesante il mondo e toglie poesia: dai tonfi della Cuca, dallo slittare d’orinale sotto il letto, dalla macchina del sarto, che tartagliava scura per cucire la notte e rivoltarla…

Girava piano la mandata, per guardarle o prenderle così, ancora addormentate, testa contro testa. Un’occhiata d’indugio nel giro della stanza.
C’è da alzarsi per l’acqua, diceva a mezza voce.
Le bambine parevano arrivare da lontano, dal tepore del letto e del fustagno, col sonno spiegazzato sulla faccia, la treccia lasciata molle per la notte.
Non dicevano niente.
Le maglie e le calze infilate con gesti conosciuti.

La pentola d’acqua calda aspettava da basso, appena calata dal fornello.
La bicicletta in strada (asse di legno su forcella).
Il freddo prendeva gambe e mani, insieme al buio.
C’era da tenere ben ferma la bicicletta, e reggerla diritta finché la pentola non fosse sistemata.
C’era da avviarsi, poi, la bicicletta a mano: le piccole al manubrio, a portarlo d’ambo i lati come chierichetti a fianco della croce, la madre attenta all’equilibrio di quel cuore fumoso d’acqua calda.
Passi  brevi a puntare strada e cielo, in processione lenta, senza né petali né santi.

L’arco di Zaccaria era grigio: soffiava di un vento che cercava i vestiti e li vinceva.
Il camion giallo e rosso allungava il muso già scoperto, ché il padre di corsa era andato a togliere coperte e a raschiare il vetro.
Brave, avrebbe detto di certo alle sue donne, dopo avere colmato il radiatore.
Brava, che non le hai lasciate sole.
La moglie versava intanto l’acqua rimasta, nella latta: le bambine tendevano le mani sul vapore, poi la spingevano sotto la pancia del motore. E stavano chinate ad ammirare.
Quel poco d’acqua capace di svegliare un bestione incantato, scioglierne il sonno come un bacio di principe nel bosco…
Il grasso gocciolava lento e si allargava in cerchi un poco scuri.

Bicicletta poggiata contro il muro, ché sarebbe servita all’uomo, poi, la sera.
Madre e bambine tornavano a piedi, al Macallé ancora addormentato, la tosse del camion sempre più lontana.
Battevano le quattro.

Il latte nella tazza aveva la schiuma delle cose buone.
Orlo di casa, dolce.
Porto di lana, chiara.
La testa poggiata sulla tavola, a succhiare un altro po’ di sonno.

(dedicato a E., la mia amica dell’acqua)

Annunci