Io non guido.
Non guido l’automobile.
Anche per tradizione familiare, ma soprattutto per pigrizia e per auto-coscienza dei miei limiti.

Io mi distraggo per ogni cosa, perché ogni cosa mi attira e mi prende.
Mi perdo a guardare la geometria delle linee, nei campi, e ad indovinare la semina predisposta, ad esempio.
Ci sono campi che sembrano segnati da unghie d’orso, come graffiati in verticale; in altri la terra è così sbriciolata da formare una testura ad alveare.
Non mi distraggo  per mancanza di concentrazione, ma per eccesso di attenzione dedicato a unità discrete. L’intero lo perdo subito, per principio.

E poi, giusto per gettarmi all’altro estremo, mi piace tener gli occhichiusi. Ogni tanto.
No, non per dormire. Per la sorpresa che provo nel riaprirli.
E anche questa mi si dice essere abitudine poco coniugabile con la guida, in effetti.

Da piccola chiudevo gli occhi quando andavo in bicicletta (l’altra faccia del contare le cose).
Lungo una discesa senza curve: cadeva dritta dritta giù dall’argine.
Era molto bello (chiudere gli occhi, dico) e contare fino ad un numero pre-determinato, prima di riaprirli.
E pure scommettere su quello che avrei rivisto, tornando alla luce: quale palo dell’illuminazione, quale albero, quale casa…
Una volta quasi investii mio padre in questo gioco, ma non era previsto

Adesso, qualche volta lo rifaccio, dietro gli occhiali, mentre siedo in auto, accanto a mon mari.
Perché mi abbandono alla voce, al tepore, al rumore quieto di una guida senza scosse.
I maligni sostengono che mi assopisco: smentisco. Categoricamente.
E’ solo una sosta, una specie di cartello con su scritto “Torno subito”.

Beh, ieri ‘sono tornata’, dopo un intervallo trascurabile, all’altezza di un  paesino dal nome che ogni volta mi fa dire: ci devo scrivere una cosa, ci devo scrivere una cosa.
“Zampine”.
Sì, qui da noi, dall’altra parte del Po, c’è una frazione che davvero si chiama Zampine.
Sarà stata la nebbia, sarà stato uno scherzo dell’estate di san martino o degli occhi riaperti all’improvviso, ma, dall’ultima fila di case un po’ sdraiate, ho visto allungarsi una morbida, felina coda di cespugli.
Il motore, intanto, faceva le fusa.

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